Un tempo fui insegnante

Sì, fino a due anni fa ero insegnante di scuola superiore di italiano e storia poi decisi che non avevo più nulla da dare e lasciai.

Essere insegnante è un condensato di ruoli, di cose felici e di meno felici, è una sfida ogni giorno, una crescita perpetua e anche un non invecchiare mai. I ragazzi passano, crescono, escono e di nuovi ne entrano che passano, crescono ed escono e tu sei lì che ti confronti sempre con la stessa età: praticamente un elisir di giovinezza.

Non ti racconterò di cose tristi né di aneddoti, ho solo voglia di dirti che fare l’insegnante è il lavoro più bello del mondo perché, offrire ai ragazzi delle opportunità, è quanto di più appagante tu possa fare.

Ho offerto opportunità per circa quindici anni e adesso sentirmi chiamare prof per strada mi emoziona e mi commuove ancora. C’è chi passa per casa, chi mi suona il campanello e urla ciao prof, chi si ferma per cena, chi viene a giocare con i miei figli, chi li ha cullati, spinto i loro passeggini per la città, chi mi scrive, mi manda cuoricini tutti i giorni, mi invita a pranzo, ai suoi concerti, alle sue nozze o mi vuole incontrare per mostrarmi i figli.

La porta della mia aula era sempre aperta perché volevo che chiunque transitasse per i corridoi potesse salutare chi stava dentro e fermarsi per portare un po’ di distrazione e gioia. Nelle mie classi entravano tutti di fatto, alcuni si rifugiavano proprio ma era bellissimo, era il momento più intenso di ogni lezione: relax totale, confronto aperto insomma, la pace.

C’era un tempo la 147, non era una mia classe, era quella che il mio collega Daniele definiva la quintessenza della scolarità.  Daniele è un sognatore, un poeta, un cantante, un compositore, riusciva a parlare di D’Annunzio insegnando elettronica: un genio!  La 147 di Daniele amava le mie 401, 402 e 403, classi prettamente femminili:  per loro ruppero muri, perforato porte, abbattuto finestre, dipinto pareti. Erano BELLISSIMI, me ne innamorai perdutamente anch’io.

Le gite e gli eventi erano momenti ancor più belli delle performances della 147. Andammo a Venezia con l’acqua alta, in Cadore sulla neve,  sciato, pattinato sul ghiaccio, costruito igloo, visitato castelli, città, musei e assistito a sfilate, cene, pranzi, banchetti. Farsi pettinare, mangiare il cibo che preparavano, assisterli agli eventi era dar loro la gioia più grande, un regalo al pari di tutte le cose belle che mi hanno donato: vedere il mondo con gli occhi di un adolescente, parlare la loro lingua, muovermi come loro, gestire crisi, attacchi di panico, lotte e schermaglie.

Sarò sempre loro grata.

Se ti capiterà di imbatterti in un acconciatore, un’estetista, un cuoco, un barman, un cameriere che sa tutto di Guerre Mondiali, di storia romana, Palladio, Rinascimento ma te lo racconta in un italiano stentato, ecco,  quelli sono i miei ragazzi. Sì, perché, qualcosa offerto con passione, resta per sempre.

A Gioia, Krizia, Gaia, Jessica, Angelica, Linda, Domenico, Nicola, Stefania, Alberto, Carmelo, Diego, Alessandro, Emanuele, Matteo, Brian e tutti gli altri, e ce ne sono tantissimi, e tutti coloro che incontro per strada e saluto ma di cui non ricordo il nome, sono orgogliosa e fiera di quello che siete ora e vi ringrazio per avermi dato la possibilità di far parte delle vostre vite.

Con amore,

La prof

 


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