Chist’è ‘o paese d’ ‘o sole,
chist’è ‘o paese d’ ‘o mare,
chist’è ‘o paese addó tutt’ ‘e pparole
só doce o só amare,
só sempe parole d’ammore!

Napoli, questa è.
Città degli opposti, dei controsensi, dei conflitti, delle antitesi.
Arroganza e disponibilità, cattiveria e bontà, ricchezza e povertà: caratteristiche culturali, biologiche, fisiologiche, prive del senso di colpa e del rimorso.
Bellezza, fascino, passione, calore, accoglienza, intelligenza, ricchezza, storia, arte, urla, musica, cibo, colore, mare.
Cosa mi porto a casa? Tutto.

Venerdì scorso Napoli mi ha regalato un’intera giornata nel suo cuore, da sola, senza connessione, senza cartine, io e le mie gambe.
Alle sette della mattina ero a Poggioreale, la quarta municipalità di Napoli: cimitero, carcere, mercato e centro direzionale. Non manca niente.
Il mercato Caramanico è il paradiso delle scarpe.
Il mercato è le donne del sud, brune, occhi scuri, che osano, che indossano tacchi alti, truccate, i vestiti scollati, eleganti, svolazzanti, rovistano tra i panni, trattano prezzi.
Il mercato è gli uomini del sud,  sigaretta in bocca, scarpe di velluto rosso porpora, blu, nere, cinture di sicurezza della Panda ai manichini ché se sbattono si rovinano, addentano pizza e urlano, cantano, integrati perfettamente con indiani e africani: una mescola che solo Napoli può fare accadere.

Ad est, tra Via del Riposo e Via Santa Maria del Pianto, su un poggio,  può sorgere solo il cimitero.
La vista dalla collina è di una meraviglia strabiliante: il Vesuvio.
Il vulcano sta a Napoli come la cioccolata sulle fragole, ne addolcisce ogni punto, ne esalta il gusto, domina, è il faro per i naviganti di mare e di terra, per i defunti la memoria.

Poggioreale è anche il carcere. Ne ho percorso tutto il perimetro. All’entrata della sezione colloqui c’era la coda e, tra i fumi di sigaretta, scorgo un uomo che portava una maglietta bianca con la scritta I’m a serial killer:  la certezza della biologia partenopea.
Tutti conosciamo il significato delle decorazioni delle magliette che indossiamo, vero? Io me lo auguro,  davvero. Ho visto t-shirt a Napoli che voi umani non potete neanche immaginare….(è una delle mie citazioni preferite seconda solo a Houston, abbiamo un problema!). Ho letto frasi motivazionali, spiritose, aforismi letterari conditi da una serie infinita di dita medie su materiale glitterato e specchiato quindi, ti prego, scegli le tue t-shirt consapevolmente, ti prego, perché c’è chi le legge e di te, leggendo, si plasma l’idea.
Al civico 168 di Via Nuova Poggioreale sorge la sezione di reclusione: il bis mi ha parecchio incuriosita. Non si tratta di un secondo civico, l’ho cercato ingenuamente,  allude molto napoletaneamente all’art.168 bis del Codice di Procedura Civile con cui si designa il giudice istruttore di una causa civile…’sti napoletani, possiedono la dote della sdrammatizzazione sempre e ovunque: hanno tutta la mia invidia, sono leggeri consapevolmente, ironici nel dramma. Voglio essere napoletana!

Dietro il carcere il CDM, centro direzionale a grattacieli moderni pensato dal giapponese Kenzo Tange…bello, nuovo, di prestigio, un vero e proprio pugno in un occhio a conferma di una città fatta di contrasti.
Ho rivisto il Maschio Angioino, la Galleria Borbonica, il Castel dell’Ovo, il Gambrinus e fatto foto per Pier e Dani de ‘A Vucchella scritta dal Vate, una decina di chiese barocche e bla bla bla. Fred mi ha raccontato l’origine del nome Mergellina: il tufo degli scogli rendeva le acque gialle tanto da portare i francesi ad esclamare oh la mer jalllin,  ‘sti francesi!
Da Mergellina in poi ho perso la bussola e camminato per chilometri, fatto scale, gradoni, raggiunto Piazza Vanvitelli: il vero punto di distacco tra la Napoli del popolo e quella della borghesia che si estende fino a Posillipo e Marechiaro, non meno colorata, non meno gustosa.
Erano circa 40 gradi, sudata all’inverosimile ma nutrita sotto tutti gli aspetti, vagavo per vie sconosciute e poco frequentate dove i bimbi giocano ancora a palla, dove il suono dei motorini rimbomba da perforare i timpani e dove le donne stendono i panni per strada.
Ho percorso di ritorno tutto il Vomero, Chiaia, Toledo, Piazza Dante, i decumani e Spaccanapoli tra il profumo di carta dei libri usati, de u’cuoppo, di pizza ma se tu mi chiedessi che odore ha Napoli, ti direi quello del profumo dei panni lavati, quell’essenza di fresco che inonda le strade e fa dimenticare i luoghi comuni e ogni contraddizione.

Vai a Napoli, nutriti delle sue bellezze, dei suoi controsensi. Scoprirai che i luoghi comuni non sono leggende, sono solo il contorno: il primo piatto è la meraviglia che incontri inaspettatamente per le strade, sta negli occhi divertiti dei bambini che ti salutano mentre ti centrano con la palla, sta nelle parole degli anziani che, seduti per strada, ti chiedono se ti sei persa e ti indicano la via, nella signora che ripone i fiori nel piccolo capitello e ti chiede se il profumo dell’ammorbidente ti piace perché ti sei fermata ad osservare e ad annusare la vita.

Lara

Sono al PC nello studio di Fred, ti scrivo da Napoli: ho bisogno di tradurre a parole quello che vedo, è da ieri che osservo e nella mia mente formulo frasi, faccio foto e formulo frasi, faccio la spesa, mi fermo a parlare, fisso il mare e, senza sosta, formulo frasi.
Ieri sono stata a Procida. E’ un’isola flegrea, sorge su un sito miceneo, divenuto poi calcidese, greco, saraceno, normanno ed aragonese: tradotto in tempo fanno più o meno trentasei secoli di storia.
Il suo essere flegreo si traduce in di origine completamente vulcanica, dalle pareti scogliere in tufo giallo, dalle rocce magmatiche di basalto da cui ha origine la sabbia nera, sabbia lavica.   
Quel che la differenzia dalle sue sorelle è la semplicità, quello che ti fa capire che non sono le boutiques, le gioiellerie, i negozi lussuosi, i ristoranti e i taxi a determinare la bellezza e l’esclusività delle cose.
Procida non è rumorosa, non è affollata, non è elegante,  possiede un diverso tipo di ricchezza: la pace.
Il profumo è quello degli oleandri, dei roseti, delle petunie; il verde è quello dei cactus, dei pini marittimi e dei rovi di erbe mediterranee; il blu è quello del Golfo di Napoli, intenso, profondo, un blu che ti invade sussurrando, senza chiedere permesso e che non puoi non accogliere, puoi solo lasciare che semplicemente accada perché ti rapisce e travolge come a dire sarai mia per sempre. Una forma di amore simile al colpo di fulmine che non hai il coraggio di salutare perché non vuoi che finisca mai, perché sai che, a meno che tu non abbia la fortuna di viverci vicino, sai che ti porterai dentro e dentro ti farà soffrire di nostalgia.

Ero smaniosa di conoscerla: è l’isola de Il Postino.
Mario-postino-Troisi genuino, bello come il sole che consegna la posta a Pablo Neruda-poeta-Noiret che dal Cile sceglie Procida come luogo del suo esilio. I due diventano amici, assieme discutono di metafore, suoni, innamoramento, donne e poesia, ché la poesia non è di chi la scrive, ma di chi… gli serve, dice Mario. E Neruda ribatte: quando la spieghi la poesia diventa banale, meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla, come dargli torto.
Mario si innamora dello schianto di donna meridionale Beatrice-cameriera-Cucinotta bellissima e al vate chiede consigli:
Mario: Don Pablo, vi devo parlare, è importante… mi sono innamorato! 
Pablo Neruda: Ah meno male, non è grave c’è rimedio. 
Mario: No no! Che rimedio, io voglio stare malato…

Questo è quel che ho trovato a memoria di Mario, Pablo e Beatrice. C’è anche Elsa Morante che così descrive l’isola ne L’Isola di Arturo, con cui vinse il Premio Strega Ah, non chiederei di essere un gabbiano, né un delfino; mi accontenterei di essere uno scorfano, ch’é il pesce più brutto del mare, pur di ritrovarmi laggiù, a scherzare in quell’acqua.
A Procida ho lasciato un pezzo del mio cuore.

Stamani invece sono stata a Marechiaro, la parte finale della collina di Posillipo, la Napoli da cartolina, la Napoli delle Lucky Ladies. E anche qui blu, tufo giallo, colpo di fulmine, erbe mediterranee, Ciro il barcaiolo che racconta delle frequentazioni hollywoodiane, del mito della Fenestella che ispirò Salvatore di Giacomo a scrivere una tra le più celebri delle canzoni napoletane Marechiare, se la cerchi su YouTube, te ne esce la versione cantata dal Luciano nazionale che ti farà commuovere.
Per raggiungere la Hollywood partenopea sono passata per Pozzuoli, Bagnoli e Nisida, che da Marechiaro dista 5,6 chilometri, non 560 ma cinquevirgolasei.
La Nisida di Bennato, quella del carcere minorile, coi suoi giardini e il porto naturale con l’Italsider alle spalle che la sta a guardare, Nisida sembra un’isola inventata ma mio padre mi assicura che c’è sempre stata!… Nisida è un’isola e nessuno lo sa, non un problema ecologico per carità, Nisida  è un classico esempio di stupidità!…
Ho il ricordo che il mio sussidiario delle elementari riportava un intero capitolo su Pozzuoli, Bagnoli, Italsider, Ilva, sulla magnificenza dell’industria del ferro e dell’acciaio. Tralasciava però l’enorme particolare: il degrado e l’inquinamento della zona. Oggi l’area è ancora in via di bonifica ma il mostro rimane e ancora parla. Passi e lui ancora ti racconta di morte e dolore, di omertà e di imbrogli: la Napoli non da cartolina di cui però non puoi non innamorarti.
Te ne allego due foto, non le ritaglio né ne riduco la dimensione: vorrei che tu vedessi esattamente quello che ho visto io.

Lara

 

Venerdì scorso i miei figli ed io eravamo ad un concerto dei Musrac, la band che con immensa e profusa nostalgia preferisco ancora chiamare Beer Band.
Ricordi della 147, di Dani che insegnava elettronica alludendo al Vate? Sono loro, è la loro band: Dani canta, Carmelo suona la chitarra, Alessandro il piano.
La Beer Band è cresciuta anagraficamente ma dentro rimane la stessa da più di quindici anni: dei bocia (leggasi ragazzi)  con voglia di musica, di ridere, passare tempo assieme, mangiare alla sagra e, dopo qualche birra, lasciarsi andare a racconti non propriamente sensati.
Non persi un concerto dei primi tour, ero una loro fan assidua, praticamente una groupie…fantastico, io una groupie ahaha!
La groupie qui andava ai concerti con Tommy in passeggino e Matteo in fascia.
Passammo da Thiene a Vicenza, alla prestigiosa anguriara lounge di Lugo, alla storica Birreria Pedavena di Piovene Rocchette.
Alle volte tutto sembrava un po’ improvvisato, in realtà era proprio così.
Ricordo benissimo i documenti delle SIAE da compilare all’ultimo, il palco crollato, i temporali estivi, la prolunga che non arrivava, mancava una corda alla chitarra o il plettro o il batterista!
Ascoltare la Beer Band oggi è un po’ come gustare la madeleine di Proust ma è anche danzare liberamente da far vergognare i figli adolescenti che si lamentano ma sono sempre presenti,  cantare a squarcia gola e a memoria Guccini, Battiato, De André, De Gregori.
La Beer Band ha sempre soddisfatto ogni aspettativa. Fui delusa da Michael Jackson a Bercy nel 1988, da Dani mai!
Eccoli qui. Visto che roba?

Ora abbiamo anche le luci e il palco tiene e il batterista c’è e Dani non è più vestito di solo nero ed ha perfino voluto un figlio e va in palestra, Alessandro è sereno, sorride e Carmelo è bello come il sole e per farmi felice mi prende in braccio e mi fa volare!
Se sei appassionata, appassionato di musica italiana, seguili https://www.musrac.it/ e vieni al prossimo concerto, qui trovi le prossime date https://www.facebook.com/Musrac-1465356987120397/…pubblicità doverosa 🙂
Io mi rinnamoro ogni volta, lo vedi, vero?

Domani parto per Napoli, vado a farmi coccolare da amici.
Napoli è un condensato di contraddizioni di una bellezza mozzafiato, è storia, arte, è mare e Vesuvio, è Piscinola e Toledo, Roma antica e Rinascimento, Chiaia e Posillipo, Fred e Patrizia, Enzo e Pupa.
Io mi ci perdo sempre: sono certa che Fred sa già dove portarmi. Due anni fa mi fece scendere per le scale della Pedemantina, visitare il Castel dell’Ovo, Sant’Elmo attraversare i Quartieri Spagnoli, Secondigliano, Scampia: la Napoli da cartolina e quella meno.
Patrizia invece ha pianificato il giro al mercato di Poggioreale e ai mercati rionali per fare la spesa: i mercati sono una lezione di vita sociale. Al mercato conosci il mondo, lo tocchi e lo vivi e annusi e  assaggi qualunque cosa ti venga offerta e poco importa che io sia vegetariana, io assaggio.
Cosa porterò a casa da Napoli questa volta?
Come sempre almeno 3 kg in più, il resto…è sorpresa.
Lara

Qualche giorno fa ero in macchina davanti al Menti, lo stadio del mitico Lanerossi in cui un tempo giocava il mio papà negli anni sessanta, dove ho visto giocare fuoriclasse come Paolo Rossi, Roberto Baggio e tanti, tantissimi altri calciatori.
Il Menti e il Lane sono quelle istituzioni locali che un vicentino ha nel sangue, sono i globuli rossi che portano ossigeno, che abbiamo ridipinto e riordinato, dove abbiamo esultato in curva sud e pianto, ultimamente fin troppo…Pier, coraggio, stiamo tornando e vinceremo!
Sono all’altezza del ponte dell’università e intravedo una scritta. Mi fermo immediatamente e foto! Mi son detta merita un post sul blog poi ho deciso che meritava ben altra visibilità quindi l’ho pubblicata su Instagram.
Uso Instagram per raccontare di me con foto e con poche parole (difficilino vista la logorrea di cui sono affetta), dei mi piace me ne frego. Oggi invece quella marea di mi piace mi ha dato da pensare.

Credo che questa sia il top delle promesse che due persone possono regalarsi, non trovi?
La auguro a te e soprattutto a me stessa.
E’ semplice, è esaustiva.
Mi sono chiesta cosa ci sia di veramente sicuro nella mia vita e la risposta è stata che nulla è certo se non una cosa: la morte.
Il resto è temporaneo.

Il post della corsa è stato ben apprezzato e di questo ti ringrazio. Il commento che mi ha fatto più piacere è stato un whatsapp di Cristina, un’amica cara, una mamma del gruppo dei volontari per racimolare fondi per la materna, le elementari, le medie, le superiori…speriamo davvero che all’università le feste e i lavori se li autogestiscano! Quel volontariato che, non si capisce come, ti fa fare almeno tre torte da vendere e quattro da acquistare! E’ un volontariato autorefenziato e autofinanziato, tanto tanto autofinanziato, ma spassoso, spassosissimo.
Incontrai Cristina per la prima volta un pomeriggio di dicembre di quattordici anni fa a far pacchetti in biblioteca, reclutate dalle maestre: cento libri cento da impacchettare in meno di due ore ché il giorno dopo arrivava Babbo Natale, il mio papà opportunamente travestito e sgamato dal nipote in tre nano secondi.
Cristina è una donna coraggiosa, diretta, forte, solida e sincera, quest’ultima è senz’altro la dote che apprezzo di più. Assieme abbiamo cucito vestiti, zappato orti, dipinto muri, lavato pavimenti, vetri,  pianto e riso. Con Romina, Silvia e Alberto saltavamo dai laboratori di cucito, falegnameria, arte terapia, shiatsu, cucina al Progetto Edu.Care. Le nostre famiglie furono selezionate dal Dipartimento Politiche Antidroga per partecipare ad un corso: far conoscere e prevenire il consumo delle droghe.
Furono mesi intensi,  mercoledì sera bellissimi in cui i ragazzi godevano di babysitting e noi di libertà. Ci confrontammo, consapevolizzammo e studiammo pure, cenammo e anche lì a lungo ridemmo. Ancora conservo appunti, testi, questionari e riflessioni.

Ho imparato a vedere positivo…anche nelle situazioni più difficili. Ho imparato a darmi tempo. Ho imparato che il mondo rallenta se sono io a rallentare per prima. Ho imparato che esistono altre opzioni nella vita. Ho imparato ad ignorare i comportamenti negativi. Ho imparato che le cose non vanno sempre come io vorrei.
Queste sono le considerazioni a fine corso, sono le stesse sulle quali lavoro ora. Alcune sono spontanee e fisiologiche, su altre mi ci devo applicare. Ho vecchie sinapsi che nel mio immaginario sono solchi del Grand Canyon, le nuove come ruscelli di acqua di montagna, un po’ freschina forse ma è giusto che così sia.
Ti auguro il fresco di quell’acqua, che dia sollievo al tuo corpo e alla tua mente.

Alla prossima,
Lara

P.S. Ho litigato nuovamente con il navigatore e l’ho tanto incasinato da dover andare in Renault per farlo aggiornare. Il mio amico meccanico, vedendomi, ha esclamato cosa hai combinato questa volta? Sergio, l’ho ucciso. Dovrebbero assumerti come hacker! 
No comment.

 

Il post Un tempo fui insegnante ha portato grande gioia a tutti i miei studenti. In molti mi hanno contattata per un saluto, alcuni sono passati per casa, ho ricevuto un love bombing dalle acconciatrici e dalle estetiste, Dani è tornato in dietro di qundici anni, la Dory, conoscendola, ha versato una lacrima.
Il messaggio che ho ricevuto ieri sera da Matteo riassume veramente quello che quel periodo della mia vita è stato e anch’io, come la Dory, una lacrima di nostalgia l’ho versata:

 

Oggi ti racconto della corsa.
Stamani sono uscita a correre alle 5:30 tra silenzio, profumi estivi, sole e cielo terso: un panorama per gli occhi, il naso, la mente e il cuore. Corro da poco, da pochissimo a dire il vero. Per quarantanove anni e mezzo ho camminato, salivo Monte Berico e guardavo piuttosto irritata i runners che sfrecciavano sotto i portici: ma guarda che roba, che gusto ci provano questi a fare così tanta fatica, quello ha la faccia viola dallo sforzo, quella perde la lingua per strada, ecco quello con il crampo e gli ben gli sta,  poi puzzano, in inverno in mezzo al fango ma siamo fuori, sotto la pioggia battente ma chi glielo fa fare, bah un branco di dementi! 
Poi un giorno successe che avevo una gran voglia di provare nonostante pensassi che mai ce l’avrei fatta. Ero al Parco Querini, era il 27 gennaio, sì proprio il Giorno della Memoria e come tale a mia memoria sempiterna rimarrà, ero con Chiara, una delle Wonders, che mi disse due cose: vai lentamente e rispettati.

B O O M !

Demoliti i fondamenti del mio passato da agonista e da camminatrice in due secondi.
Da quel giorno corro. Sfreccio per Monte Berico sotto il sole e le intemperie, scendo e salgo le Scalette, ho la faccia viola, perdo la lingua per strada, ho i crampi, puzzo, pesto fango e pozzanghere, una demente!
Corro da sola durante la settimana e il sabato con Anna, un’altra Wonder; ho corso la Stravicenza con tre gradi sotto zero, la Corri Retrone in mezzo al pantano.

 


Ho una personal trainer, un’altra Wonder: la Vale mi ha insegnato ad ascoltare i messaggi del mio corpo fisico che non sempre concordano con quelli del mio corpo spirituale che vorrebbe che io corressi tutto il tempo ora. Il mio spirito e le sue nuove sinapsi hanno capito che le endorfine inducono il sonno, che portano serenità, felicità, allontanano la depressione insomma sprizzo fame di endorfine da pori ed aura.
Correre è divenuta a tutti gli effetti una gran bella dipendenza: mi fa sentire libera e viva, posso decidere di farlo quando e come voglio. Posso uscire di casa e iniziare, posso prendere la macchina ed allontanarmi dalla città, non è impegnativo, mi occupa il tempo che voglio, mi dà gioia, mi libera la mente, mi tiene in forma e mi permette di ascoltare musica. Ho una play list anni settanta e ottanta, studiata perfettamente per il percorso a cui sono affezionata e che mi somministra la dose di carica giusta. Corro in discesa lungo Via Bastiana, arrivo al mio amato Palladio e lì parte inesorabile The Dancing Queen degli Abba e lì non riesco a stare zitta, canto a squarcia gola perchè così mi sento quando sono lì e corro e sovrasto con la mia voce il canto delle cicale, capisci ora? …se non è bellezza e libertà questa!

La certezza del dopo corsa è che lo stretching va fatto sempre e che mi merito sempre una brioche, alle volte anche due, dipende da quanta fame hanno i miei figli.

 

Buon sabato a te, goditi il sole e il cielo blu oggi. Spero che tu sia esattamente nel posto in cui desideri essere ma se così non fosse, chiudi gli occhi e sogna, sognare è vivere!

Ti abbraccio,
Lara

 

Io odio il navigatore.
E’ quell’odio atavico che nasce dalla pancia e arriva alla testa, ripercorre tutti i miei chakra uno a ad uno, viene accolto benevolmente e fatto uscire perché INSOPPORTABILE. Ma chi lo vuole il navigatore, mi chiedono i chakra, i neuroni e le vecchie sinapsi? Ma perché? Non basta l’atlante stradale, il senso dell’orientamento e tutti quei milioni di cartelli stradali che trovi agli incroci? No, dovevano proprio dotarti di navigatore a te? Fallo sparire, qui non lo vogliamo! Hanno ragione, nemmeno io!
Ieri sono andata a Parma, a Pegognaga i cartelli annunciavano 4 km di coda con l’allacciamento in A1 e io, che sono un pelino nervosetta in macchina e le code non le reggo, prendo la prima uscita, e dopo due chilometri mi perdo tra desolate ed interminabili distese di grano, bellissime per carità, pareva tutta la Corn Belt americana, e invece no ero solo nell’Unione Terre di Zara e Po, tra Lombardia e Emilia-Romagna.
In macchina con quattro telefoni, no no no con quattro smartissimi phones e un navigatore, chiedo aiuto, con voce tutt’altro che sommessa e quieta,  ai miei prodi assistenti che dopo enne imprecazioni impostano la destinazione. Procedo seguendo le istruzioni, e dai campi di grano passo ai campi di girasole, poi a quelli di pomodoro, a quelli di meloni, di angurie, e a quelli di mais, dalle strade asfaltate a quelle sterrate, attraverso Guastalla, guastallina, guastalletta, mi ritrovo in mezzo ai resti di una delle duemila feste dell’Unità estive, a rotatorie non riconosciute e, finalmente, esausta, spengo il navigatore. Decido di rispettare il senso dell’orientamento, vedo un ponte e giro e rigiro e mi ritrovo in una strada frequentata dalla civiltà, da auto, camion e sidecar! Che bella sorpresa, un sidecar in tutto il suo splendore e ringrazio in navigatore per avermi fatta perdere…inaudito, devo ringraziare il nemico, ti rendi conto?


Le ho provate tutte per far pace con il navigatore, ho cambiato il cursore e messo un monster truck al posto dell’automobilina azzurra, gli ho cambiato voce, colore di fondo, lingua ma niente, ci litigo ogni volta.
Il mio amico Carloalberto, al quale un giorno descrissi la mia lotta contro il nemico, mi diede una spiegazione che ho deciso di fare mia: il navigatore segue la semplicità, non è fatto per menti articolate. Mio figlio sostiene invece che l’imbranata sia io, che non abbia la benché minima percezione delle distanze, che non sappia orientarmi ecc… ho deciso invece che Carloalberto sia la verità, è uno scienziato, deve per forza avere ragione lui!
Ergo, quando il nemico non rispetta la direzione che voglio io e ricalcola e ricalcola perché là ho deciso di andare ignorandolo, lo spengo! E’ un super potere, un po’ come spegnere il telefono per disconnettersi dal mondo: la pace!
Comunque sia, dopo due ore sono giunta a Parma in tutta scioltezza…………………………………..

Sono andata a Parma a fare la zia e festeggiare i compleanni dei miei nipotini.
Sono zia di nove nipoti, alcuni di loro sono più grandi di me non solo in altezza ma anagraficamente e si godono un mondo a chiamarmi zia, io che zia non ho mai chiamato nessuna delle mie nove zie, io che zia lo trovo un titolo che invecchia che sa di odore di stanze chiuse e ammuffite, io che zia sa di colore grigio, grigio scuro.
Invece fare la zia supera ogni aspettativa, fare la zia è spensieratezza, è godersi le coccole, condividere pane e olio, bere dallo stesso bicchiere sbavocciato,  mangiare solo schifezze, fare le cose di nascosto, è trasgredire ogni regola. Fare la zia è lasciare che ti sfianchino, che se ne approfittino, permettere ogni cosa, fare la zia è concedersi deroga di fare pazzie.
Zia è sentirsi dire e chiedere: zia guarda le foto del mio viaggio in Giappone, zia sai che ho cambiato lavoro, zia ho una morosa nuova, zia mi sposo, zia non vorrai mica stare con i vecchi vieni qui tra i giovani, zia voglio il bibe di latte ma ho anche voglia di cioccolata, zia andiamo e scappiamo da questi qui, zia ti sfido a memo, zia saliamo in quattro sull’amaca, zia andiamo al fiume,  zia giochiamo ai cowboy, zia mi fai guidare la tua macchina…sì, amore mio, ti lascio fare tutto, ti lascio guidare la macchina anche se hai solo sei anni ma, per favore, senza navigatore!

Auguri a Pietro e Lupo e a D., E., I., C., G., M. e L….usate le zie, approfittatene, giocateci e portatele in giro quando non guideranno più, liberamente, perdendo la strada perché perdersi aumenta il senso di scoperta e di sorpresa a qualunque età.

Con amore,

zia Lara

 

 

 

Sì, fino a due anni fa ero insegnante di scuola superiore di italiano e storia poi decisi che non avevo più nulla da dare e lasciai.

Essere insegnante è un condensato di ruoli, di cose felici e di meno felici, è una sfida ogni giorno, una crescita perpetua e anche un non invecchiare mai. I ragazzi passano, crescono, escono e di nuovi ne entrano che passano, crescono ed escono e tu sei lì che ti confronti sempre con la stessa età: praticamente un elisir di giovinezza.

Non ti racconterò di cose tristi né di aneddoti, ho solo voglia di dirti che fare l’insegnante è il lavoro più bello del mondo perché, offrire ai ragazzi delle opportunità, è quanto di più appagante tu possa fare.

Ho offerto opportunità per circa quindici anni e adesso sentirmi chiamare prof per strada mi emoziona e mi commuove ancora. C’è chi passa per casa, chi mi suona il campanello e urla ciao prof, chi si ferma per cena, chi viene a giocare con i miei figli, chi li ha cullati, spinto i loro passeggini per la città, chi mi scrive, mi manda cuoricini tutti i giorni, mi invita a pranzo, ai suoi concerti, alle sue nozze o mi vuole incontrare per mostrarmi i figli.

La porta della mia aula era sempre aperta perché volevo che chiunque transitasse per i corridoi potesse salutare chi stava dentro e fermarsi per portare un po’ di distrazione e gioia. Nelle mie classi entravano tutti di fatto, alcuni si rifugiavano proprio ma era bellissimo, era il momento più intenso di ogni lezione: relax totale, confronto aperto insomma, la pace.

C’era un tempo la 147, non era una mia classe, era quella che il mio collega Daniele definiva la quintessenza della scolarità.  Daniele è un sognatore, un poeta, un cantante, un compositore, riusciva a parlare di D’Annunzio insegnando elettronica: un genio!  La 147 di Daniele amava le mie 401, 402 e 403, classi prettamente femminili:  per loro ruppero muri, perforato porte, abbattuto finestre, dipinto pareti. Erano BELLISSIMI, me ne innamorai perdutamente anch’io.

Le gite e gli eventi erano momenti ancor più belli delle performances della 147. Andammo a Venezia con l’acqua alta, in Cadore sulla neve,  sciato, pattinato sul ghiaccio, costruito igloo, visitato castelli, città, musei e assistito a sfilate, cene, pranzi, banchetti. Farsi pettinare, mangiare il cibo che preparavano, assisterli agli eventi era dar loro la gioia più grande, un regalo al pari di tutte le cose belle che mi hanno donato: vedere il mondo con gli occhi di un adolescente, parlare la loro lingua, muovermi come loro, gestire crisi, attacchi di panico, lotte e schermaglie.

Sarò sempre loro grata.

Se ti capiterà di imbatterti in un acconciatore, un’estetista, un cuoco, un barman, un cameriere che sa tutto di Guerre Mondiali, di storia romana, Palladio, Rinascimento ma te lo racconta in un italiano stentato, ecco,  quelli sono i miei ragazzi. Sì, perché, qualcosa offerto con passione, resta per sempre.

A Gioia, Krizia, Gaia, Jessica, Angelica, Linda, Domenico, Nicola, Stefania, Alberto, Carmelo, Diego, Alessandro, Emanuele, Matteo, Brian e tutti gli altri, e ce ne sono tantissimi, e tutti coloro che incontro per strada e saluto ma di cui non ricordo il nome, sono orgogliosa e fiera di quello che siete ora e vi ringrazio per avermi dato la possibilità di far parte delle vostre vite.

Con amore,

La prof

 


La mia terza lezione di tango è stata esilarante.

Avevo deciso che, per lasciarmi andare,  avrei dovuto danzare ad occhi chiusi, e così ho fatto. Mi sono abbandonata e lasciata trasportare e pestato i piedi a chiunque mi capitasse a tiro, e sbagliato passi, e perso il ritmo, e cambiato peso, e anticipato il cavaliere, e condotto io, e disunito le caviglie, e non rispettato le consegne: il delirio. Alla vista dell’ ocho adelante, ho iniziato il loop mentale: oddio, domani sarò a letto bloccata. E invece no, sto benissimo!

 

Giovedì sera ero a celebrare l‘International Day of Yoga in Villa Caldogno con la mia maestra, altre maestre e altri studenti. La mia maestra è aria, è gioia, leggerezza, profondità, bellezza, serenità, pace, vivacità, coraggio, vita, esperienza, saggezza, improvvisazione e pazzia. Ci siamo conosciute danzando, non il tango questa volta, biodanzando.

Ma non è di Yoga, non di Licia, non di Biodanza che ti racconto oggi, è della fortuna di fare felici scoperte per puro caso, trovare una cosa non cercata ed imprevista mentre se ne stava cercando un’altra: serendipity.

Serendipity is looking in a haystack for a needle and discovering a farmer’s daughter.”

Accade.

A me successe quando cercai la carta di credito, che avevo nascosto molto bene e non so dove ancora, e trovai una vecchia lettera (quelle cose che un tempo giungevano in busta chiusa e francobollo, quelle cose per le quali controllavi ogni giorno la cassetta delle lettere…che bella era l’attesa di una lettera, che bella l’attesa dello sviluppo di una fotografia); quando cercando il libro di filosofia del liceo, trovai il DVD di Harry ti presento Sally ,  dato per disperso nel trasloco, un saggio filosofico al pari di Hegel, come diceva il mio amato prof di filo Adriano per provocarmi ; quando cercavo la solitudine e trovai una sorella, anzi due; quando feci un corso per dimagrire e mi ritrovai a frequentarne uno sull’autostima; quando volevo a tutti i costi praticare il francese e mi ritrovai invece ad allenare l’inglese;  quando, giovedì sera cercavo la bellezza nella pratica yogica e mi imbattei in un’altra bellezza, questa.

 

 

Villa Caldogno, palladiana, incantevole, deliziosa, dolce, soave, minuta e splendida. Ha pareti colorate come le domus romane e come le domus romane ha affreschi che illustrano storie romane: le virtù di Scipione, le drammatiche vicende della regina di Cartagine Sofonisba, il Concilio degli Dei, Venere, Vulcano, i suonatori di strumenti, i giocatori di carte incorniciati in colonne corinzie, cariatidi, telamoni, cartigli, cartocci, fregi e festoni.

Ma la vera serendipità è stato l’interrato: un intatto sistema idraulico del Cinquecento che canalizzava le acque per uso domestico, è la foto illuminata di blu.

Rapita.

Sì, sono stata rapita da questa fortuita scoperta. Davanti ad un’opera d’arte mi perdo. Non sono affetta da sindrome di Stendhal,  non provo tachicardia né capogiro né vertigini ma mi estranio, bouche béante, al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza esattamente come questa.

Sai che faccio solitamente poi? Mi fermo, chiudo gli occhi e immagino. L’ho fatto a Pompei: odori acri, urla di mercanti e bambini e recentemente in Ackerstraße a Berlino. Voci e lingue diverse ma pianti uguali, distanti qualche migliaio d’anni, ma uguali.

Sono una persona fortunata, vivo a Vicenza e la mia città è un gioiello: la perfezione classica del Rinascimento, un bonbon dai nastri di seta bianca, i colonnati in pietra di Vicenza, e colline verdi. Non mancherò di raccontartene in futuro.

Buon sabato, ti auguro di cuore che sia un nuovo giorno di scoperte e di cose belle che nutrono gli occhi e l’anima.

Con affetto,

Lara

 

 

Ieri sera mi è sorto il dubbio se il verbo avverare, usato per il mio primo post, potesse o meno essere usato alla forma attiva-transitiva. Il dubbio c’è ancora ma non credo che i signori della Crusca me ne vorranno, è un blog.

 

La settimana scorsa ho fatto il botto: ho compiuto cinquant’anni!

C I N Q U A N T A, scritti così sembrano perfino di più. Giovedì mattina ero laconica, avevo quasi un nodo alla gola, pensavo tra me e me “e ora, che succede, 50, sono al tramonto“, poi ho realizzato che non stava succedendo nulla e ho ripreso a vivere tra casa, lavoro, sorelle che passano per casa, figli putativi che giocano alla Play, telefonate, corsetta e un torneo di basket pressoché infinito, quattro ore che sembravano quasi cinquant’anni: questo ha decisamente resettato la mia linea del tempo.

I miei figli mi hanno regalato un buono per un viaggio: hanno scoperto che avere la casa libera è una gran figata, soprattutto con mamma ben lontana, impossibilitata al controllo, alle telefonate investigative e a tutte quelle rotture genitoriali che per fisiologia mi contraddistinguono.

I miei nipotini un altro buono che spenderò in acque profumate ed incensi; le mie sorelle dei pantaloni per correre e un mio amico, uno caro caro, mi ha regalato un corso di tango! Sì, un corso di tango intensivo per tutto il mese di giugno. Io che danzo il tango, io che ho senso del tempo pari a -10, che se perdo il controllo sclero, che non ho mai danzato con consegne se non seguendo le emozioni, che non uso i tacchi.

Prima lezione, il mio amico: stai serena e tranquilla, impari a camminare, rimani in ascolto del tuo plesso solare, i tacchi non servono, vestiti come vuoi. Ero la sola a danzare in Stan Smith, alla faccia dei tacchi che non servono! Ho passato i primi 55 minuti a pensare a come non pestare le scarpe dei miei cavalieri, gli ultimi 5 a divertirmi. E il plesso solare, ero talmente confusa che nemmeno il GPS lo avrebbe trovato.

Sono di natura ostinata ergo, per la seconda lezione, ho deciso che meritavo un paio di scarpe adatte. E così è stato. Eccole qui, le mie prime scarpe con il tacco serio, un tacco sul quale riesco a reggermi in piedi e camminare pure! Per sdrammatizzarle un po’, ho scelto di portarle dentro il sacchettino della Scout.

Seconda lezione: Lara, smettila di anticipare il cavaliere e allunga le gambe, rimani in ascolto e allunga le gambe, chiudi sempre i piedi e allunga le gambe, chiudi gli occhi e allunga le gambe…queste le consegne tra me e me, tra me e la maestra, tra me e il cavaliere di turno, povero cavaliere… L’allunga le gambe indossando i tacchi  per la prima volta per quasi un’ora mi ha regalato la tendinite alle ginocchia e l’infiammazione al nervo sciatico a sinistra. Non ho camminato per 3 giorni. Sai cosa significa per un’iperattiva non camminare per TRE giorni TRE? Per la legge del contrappasso è l’inferno!

Terza lezione, stasera: da qualche giorno ho deciso di usare la tecnica di PNL delle domande utili per godermi la lezione e lasciarmi andare. Vado di come posso…come voglio, che sensazione…presto ti dirò!

Dai che presto andiamo in milonga…amico mio caro che mi leggi, preferirei lanciarmi con il bungee jumping dal ponte di Enego!

Buona lezione a me e a tutti coloro che stanno imparando qualcosa di nuovo: la vita è fatta di scoperte e di lezioni di tango!

A presto,

Lara

 

 

 

 

Ciao a Te!

Stai leggendo il primo scritto del mio blog. Scritto che viene prima della pagina about, prima della pagina friends, e della pagina cookie e di quella della policy anche, prima di ogni altra cosa, insomma.

Da un po’ ho le dita che fremono, escono parole dalle loro punte, parole che si trasformano in frasi e danno vita poi a racconti.  Sono racconti di me, racconti di vita quasi normale nei ruoli che svolgo quotidianamente: me stessa in primis poi madre, lavoratrice, figlia, sorella, zia, amica e tanti altri ancora e non necessariamente in quest’ordine di importanza.

Sarà un posto tutto mio dove lasciare scorrere i pensieri, potrei chiamarlo “la mia stanza da meditazione“:  luogo ampio, con assi sbiancate a pavimento,  tre pareti bianche (tre tre, hai letto bene), a lato un piccolo albero di ciliegio perennemente fiorito in tutte le nuances del rosa, con il mio cuscino blu in pula di grano, il mio vecchio tappetino azzurro, la lampada di quarzo rosa, e il mio incenso preferito che profuma di mare, di onde, di schiuma, salsedine, di quel suo spruzzetto che arriva benefico ed imprevisto mentre cammini lungo la riva, sul fare della sera, dopo una calda e soleggiata giornata estiva. E’ il mio luogo sacro, il mio laboratorio.

Benvenuta e benvenuto, a presto.

Lara