4428 km – parte seconda

Ciao, stai bene?
Io sì.

Torniamo a noi due, l’ultima volta eravamo sulle spiagge dello sbarco in Normandia, ricordi vero?
Mica facile.
Nulla è facile là.  La cosa che pietrifica è il silenzio, la calma, il rumore dell’oceano, i resti, le lapidi e le targhe.
All’ingresso di Pointe du Hoc delle tavole riportano frasi di personaggi celebri e meno celebri. Quella di Churchill mi ha lasciata bouche béante.

Caro Sir Leonard Spencer Churchill, io non sono mica tanto d’accordo con te, sai?
Il tuo must mi porta già all’asfissia, il die…il die non lo accetto proprio!
Mi spiace contraddirti ma abbiamo idee divergenti! Magari, giusto magari a te poco interesserà, a me sì.
Più mi addentravo sulla scogliera, più capivo il senso delle parole di Churchill.
A Pointe du Hoc non c’era scampo, a Pointe du Hoc faceva male tutto: i Rangers americani assaltarono la falesia alta circa 30 metri ed estesa per 6,5 km, pioveva, faceva un gran freddo, l’oceano era grosso, ci furono errori di manovra e  il ritardo nello sbarco decretò alla fine il disastro.
Guarda, da qui capisci come può essere stato.
Ora il prato ricopre le buche delle bombe e le basi delle fortificazioni.
Quel giorno c’erano bambini che si lanciavano su e giù per gli avvallamenti,  era un’ invadenza ingenua e delicata. Io credo che i Rangers alla fine abbiano apprezzato quelle corse e quei ridolini.

Dormire ad Arromanches-les Bains ci ha fortunatamente distratti.
Eravamo ospiti di una fattoria il cui padrone di casa somigliava a Jack Nicholson in Shining solo che era albino. La somiglianza e la conseguente riflessione l’ho tenuta per me, ai ragazzi ho lasciato la leggerezza di giocare a biliardo nella sala dell’Overlook Hotel circondata da stalle e arredata in stile country ed è andata bene così.
Per loro rimane il pernotto più memorabile  per il biliardo e per il record in quanto a cibo trangugiato la mattina a colazione: due baguettes due a testa, relativa farcitura,  yogurt, formaggio, burro, salmone, perfino pâté!

Le Havre ha rinforzato la mia inquietudine nonostante il mare e il porto e il parcheggio a 4 euro/ora, il più onesto trovato in Francia.
In centro città, nella piazza principale, dalla struttura di un vulcano in cemento bianco usciva una mano nera indicante l’acqua di una fontana sottostante e diceva: “un giorno come quest’acqua la terra, le spiagge e le montagne apparterranno a tutti”.
L’ho presa in parola e ho deciso quindi la mia parte di pianeta, la mia parte di spiaggia, sarà quella vicino a Calais, vicino a questo faro silenzioso e discreto dove la compagnia al massimo è quella di qualche anziano pescatore e le navi che portano a Dover che cullano con il loro andare e rivenire.


Questa era la luce delle 22:28 il 12 giugno scorso, un incanto.

Il giorno successivo ci aspettava il Belgio, volevo mostrare ai ragazzi la Madonna e il Bambino di Michelangelo, nota anche come la Madonna di Bruges.
La avevano conosciuta in Monuments Men e il suo significato per me andava a completare l’esperienza dei luoghi del Dday.
Se non ne sai la storia, la statua fu rinvenuta nella miniera di sale di Altaussee in Austria alla fine della Seconda Guerra Mondiale tra le opere d’arte trafugate da Hitler e riportata in Germania tra i materassi caricati su un convoglio della Croce Rossa. La sua vita è impressionante quanto i tratti perfetti  che Michelangelo scolpì su quel blocco di marmo bianco.


Per riprenderci dall’incontro estatico ci siamo straffogati di gaufres sucrées, salées con Nutella, marmellata, panna, mandorle sotto l’ennesimo diluvio ma contemplando i canali della graziosa Bruges.

Per la legge del compromesso genitori-figli poi mi toccò il museo della Porsche, quello della Mercedes, il circuito di Formula Uno di Spa Francorchamps, il Nurburgring e pure quello dell’aviazione e dello Zeppelin.
Spa è tra i monti e in mezzo ai pini,  ha il gusto dell’idilliaco paesino Lansquenet-sur-Tannes di Chocolat ma senza Vianne e soprattutto senza Roux.
Proprio ieri, chiacchierando con un amico, ho ricordato che nel 1995 con Malou andai a farci il ritiro del coro. Sì, cantavo in un coro in francese, in wallon per la precisione, e ricordo che ero un disastro ma mi divertivo un sacco.
Il circuito di Spa è un po’ come la metafora della vita, a detta del mio amico: è in salita, così deve essere.
E anche qui non sono mica tanto d’accordo, io sono un po’ stanchina di salite. Che ne dici, Universo, ci accordiamo per un po’ di pianura da ora?

Poi Olanda, Germania, Liechtenstein e Austria. A loro dedicherò loro la terza parte di questi 4428 km in giro per l’Europa.

Un abbraccio e buon sabato sera.

Con amore,

Lara

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