Ho guidato lo scorso giugno e mi è piaciuto davvero tanto: Milano, Torino, Modane, Lyon, Vichy, Tours, Le Mans. Poi Bretagne, Normandie, Belgio, Olanda, Germania, Lussemburgo, Liechtenstein, Svizzera e Austria.

Volevamo vedere i luoghi del DDay e rendere omaggio a nostro modo agli alleati nel 75° anniversario dello sbarco in Normandia. E così è stato, e non solo.

Lyon merita davvero un passaggio: non è caotica, è giovane, di fondo ha un gusto che si avvicina a quello di Parigi. Circondata da colline, ha due bei fiumi azzurri che la attraversano e la vita si volge per lo più lungo le loro rive: skateparks, campi da basket (l’essenziale per la gioventù che avevo in macchina) da pallavolo, beach volley, tennis, musei, piscine, cinema all’aperto, panchine per il pranzo libero, la cena, lo spuntino o solo e semplicemente per stare a rimirare le onde frettolose del Rodano e della Saona ed ascoltare il loro fluire piuttosto fragoroso.

Attraversare la Francia è stato giusto un po’ noioso: non ne potevo più!
Mille chilometri di campi, campi e campi. Faceva capolino qualche pala eolica che consolava la mia visuale e mozzava la monotonia.
Avevo scelto Vichy come prima tappa per la notte. Sì, la Vichy della République de Vichy, collaborazionista della Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale pensando forse di incontrarvici il fantasma del maresciallo Pétain e ragionare con lui dell’assurdità della guerra.
Lo avevo pensato come un primo assaggio di storia, in realtà pressoché intangibile,  sostituito dai Vichy Laboratoires della nota L’Oréal e dalle stoffe a quadretti degli abiti indossati da Brigitte Bardot nella variante bianco azzurro.
Di Pétain, nulla.

Le Mans con la sua 24 Heures mi ha consolata.
Fervevano i preparativi per la gara ed era tutto uno sfrecciare di Porsche, Aston Martin, BMW di tutte le serie, piloti non più giovanissimi con guanti, casco in pelle marrone, occhialoni e valigie sull’esterno del bagagliaio.
Visitare il museo è stato come rinascere vintage, abbracciare Paul Newman e Steve Mc Queen ed esultare con loro travolti dai gavettoni di champagne.
Ma tu lo sai che cosa ho fatto fare alla Clio? L’ho fatta sfrecciare per il Circuit de la Sarthe a 150 km/ora, roba che non decolli!

Quella che vedi di fatto è la parte chiamata Circuit Bugatti. Bugatti letto alla tedesca e alla francese ora ché dagli anni novanta di italiano l’azienda non ne conserva che il nome. Ecco, la Clio ha rullato (si dice rullare poi per una macchina?) sulle stesse piste del moto GP!
Ti mostro i ragazzi sul podio delle premiazioni. Tommy e Luigi viaggiavano ad un metro da terra, i loro occhi ne davano testimonianza; la loro visita la museo è durata quattro ore, la mia una. Credo che il parametro ti dia l’idea del loro interesse, del loro entusiasmo.

Poi, via verso l’Oceano.
Sperimentare l’Oceano per me è come entrare in regressione psicologica.
Tommy, mio figlio maggiore, direbbe che mi faccio e Matteo, mio figlio minore, mi chiederebbe di che mi faccio…abbiamo sensibilità e approcci diversi, diciamo così.
La mia regressione, vediamo se riesco a rendertela a parole: l’immensurabile blu è il prana e mi invade inizialmente dagli occhi, ripercorre le mie 72.000 nadi come i rami di mandorlo di Van Gogh, decisamente più sottili ma ugualmente delicati.
Alghe e acqua salmastra spaziano tra le mie narici, percorrono laringe, faringe e trachea, si diramano tra bronchi e polmoni e imbevono la pleura.
E il rumore? Il fragore delle onde parla, talvolta urla maestosamente a portare il verbo di Poseidone ma sempre con la morbidezza di una colonna sonora firmata da Hans Zimmer.
Travolta da sensi così pieni, rimango ogni volta stordita.

Erano 10 gradi, sono corsa alla Decathlon per un softshell ma non ho rinunciato a camminare scalza sulla spiaggia del mio Oceano.
Rigenerata.

La scalata a Mont Saint-Michel è un’esperienza da fare solo per capacitarsi della variabilità delle maree e del gotico fiammeggiante dell’abbazia. E’ tutto un cunicolo, passaggio segreto in granito ma granito di quelli cupi, pesanti, spogli, e tristi ma tristi forti. Non mi è piaciuta, capito vero?

Il 9 giugno siamo arrivati a Utah Beach passando prima per Sainte Mère Eglise e lì rimasi muta, io muta.
Giusto tre giorni prima autorità, civili e militari avevano celebrato il 75 anniversario dello sbarco delle forze alleate e ne rimanevano ovunque i resti.

Pioveva come non mai e il fango era invadente tanto quanto il rumore di jeep, tank e ferraglia verde mastodontica che si muoveva tra le vie dei piccoli paesi normanni con un consumo inestimabile di gasolio che rendeva l’aria irrespirabile.
Io non me ne sono resa conto, attonita sotto il diluvio fissavo quei mezzi fintanto che mille pensieri, spezzoni di film, racconti di amici che altre guerre hanno vissuto, attraversavano la mia testa.
Calpestare quella terra, sabbia va fatto in silenzio.
Oceano e storia si fondono e lo fanno con una tale evidenza che non puoi che rimanere muto, raccogliere pensieri e riviverne suoni, odori ed immagini e dolore.
Straziante.

Ci siamo fermati su ogni spiaggia: Utah, Omaha, Pointe du Hoc, Juno. A Sword non ci siamo arrivati, non ce l’ho fatta. Gola chiusa, occhi gonfi, leggevo e rivivevo ogni azione, vedevo navi, barche, cannoni, convogli, corpi.  Non riesco e temo mai riuscirò a raccontare l’intensità delle emozioni che ho provato, ti mostro Utah e Omaha e ti do questi numeri:
-156.000 soldati per l’invasione dal mare;
-24.000 paracadutisti:
-2.000 carri armati;
-12.000 veicoli;
-56.000 marinai;
-6.480  navi divise in 59 convogli;
-5.500 aerei da combattimento con 10.750 sortite;
-1.500 aerei da trasporto;
-301.000 veicoli americani;
-1.800 locomotive e 20.000 carrozze e carri merci;
-2,6 milioni di armi leggere;
e
-10.500 morti, feriti e prigionieri, dispersi tra gli alleati nel giorno dello sbarco; -10.000 tra i tedeschi.
Il resto del racconto del viaggio verrà, per oggi, per me, basta così.
Ti abbraccio,

Lara