Ho guidato lo scorso giugno e mi è piaciuto davvero tanto: Milano, Torino, Modane, Lyon, Vichy, Tours, Le Mans. Poi Bretagne, Normandie, Belgio, Olanda, Germania, Lussemburgo, Liechtenstein, Svizzera e Austria.

Volevamo vedere i luoghi del DDay e rendere omaggio a nostro modo agli alleati nel 75° anniversario dello sbarco in Normandia. E così è stato, e non solo.

Lyon merita davvero un passaggio: non è caotica, è giovane, di fondo ha un gusto che si avvicina a quello di Parigi. Circondata da colline, ha due bei fiumi azzurri che la attraversano e la vita si volge per lo più lungo le loro rive: skateparks, campi da basket (l’essenziale per la gioventù che avevo in macchina) da pallavolo, beach volley, tennis, musei, piscine, cinema all’aperto, panchine per il pranzo libero, la cena, lo spuntino o solo e semplicemente per stare a rimirare le onde frettolose del Rodano e della Saona ed ascoltare il loro fluire piuttosto fragoroso.

Attraversare la Francia è stato giusto un po’ noioso: non ne potevo più!
Mille chilometri di campi, campi e campi. Faceva capolino qualche pala eolica che consolava la mia visuale e mozzava la monotonia.
Avevo scelto Vichy come prima tappa per la notte. Sì, la Vichy della République de Vichy, collaborazionista della Germania nazista durante la Seconda Guerra Mondiale pensando forse di incontrarvici il fantasma del maresciallo Pétain e ragionare con lui dell’assurdità della guerra.
Lo avevo pensato come un primo assaggio di storia, in realtà pressoché intangibile,  sostituito dai Vichy Laboratoires della nota L’Oréal e dalle stoffe a quadretti degli abiti indossati da Brigitte Bardot nella variante bianco azzurro.
Di Pétain, nulla.

Le Mans con la sua 24 Heures mi ha consolata.
Fervevano i preparativi per la gara ed era tutto uno sfrecciare di Porsche, Aston Martin, BMW di tutte le serie, piloti non più giovanissimi con guanti, casco in pelle marrone, occhialoni e valigie sull’esterno del bagagliaio.
Visitare il museo è stato come rinascere vintage, abbracciare Paul Newman e Steve Mc Queen ed esultare con loro travolti dai gavettoni di champagne.
Ma tu lo sai che cosa ho fatto fare alla Clio? L’ho fatta sfrecciare per il Circuit de la Sarthe a 150 km/ora, roba che non decolli!

Quella che vedi di fatto è la parte chiamata Circuit Bugatti. Bugatti letto alla tedesca e alla francese ora ché dagli anni novanta di italiano l’azienda non ne conserva che il nome. Ecco, la Clio ha rullato (si dice rullare poi per una macchina?) sulle stesse piste del moto GP!
Ti mostro i ragazzi sul podio delle premiazioni. Tommy e Luigi viaggiavano ad un metro da terra, i loro occhi ne davano testimonianza; la loro visita la museo è durata quattro ore, la mia una. Credo che il parametro ti dia l’idea del loro interesse, del loro entusiasmo.

Poi, via verso l’Oceano.
Sperimentare l’Oceano per me è come entrare in regressione psicologica.
Tommy, mio figlio maggiore, direbbe che mi faccio e Matteo, mio figlio minore, mi chiederebbe di che mi faccio…abbiamo sensibilità e approcci diversi, diciamo così.
La mia regressione, vediamo se riesco a rendertela a parole: l’immensurabile blu è il prana e mi invade inizialmente dagli occhi, ripercorre le mie 72.000 nadi come i rami di mandorlo di Van Gogh, decisamente più sottili ma ugualmente delicati.
Alghe e acqua salmastra spaziano tra le mie narici, percorrono laringe, faringe e trachea, si diramano tra bronchi e polmoni e imbevono la pleura.
E il rumore? Il fragore delle onde parla, talvolta urla maestosamente a portare il verbo di Poseidone ma sempre con la morbidezza di una colonna sonora firmata da Hans Zimmer.
Travolta da sensi così pieni, rimango ogni volta stordita.

Erano 10 gradi, sono corsa alla Decathlon per un softshell ma non ho rinunciato a camminare scalza sulla spiaggia del mio Oceano.
Rigenerata.

La scalata a Mont Saint-Michel è un’esperienza da fare solo per capacitarsi della variabilità delle maree e del gotico fiammeggiante dell’abbazia. E’ tutto un cunicolo, passaggio segreto in granito ma granito di quelli cupi, pesanti, spogli, e tristi ma tristi forti. Non mi è piaciuta, capito vero?

Il 9 giugno siamo arrivati a Utah Beach passando prima per Sainte Mère Eglise e lì rimasi muta, io muta.
Giusto tre giorni prima autorità, civili e militari avevano celebrato il 75 anniversario dello sbarco delle forze alleate e ne rimanevano ovunque i resti.

Pioveva come non mai e il fango era invadente tanto quanto il rumore di jeep, tank e ferraglia verde mastodontica che si muoveva tra le vie dei piccoli paesi normanni con un consumo inestimabile di gasolio che rendeva l’aria irrespirabile.
Io non me ne sono resa conto, attonita sotto il diluvio fissavo quei mezzi fintanto che mille pensieri, spezzoni di film, racconti di amici che altre guerre hanno vissuto, attraversavano la mia testa.
Calpestare quella terra, sabbia va fatto in silenzio.
Oceano e storia si fondono e lo fanno con una tale evidenza che non puoi che rimanere muto, raccogliere pensieri e riviverne suoni, odori ed immagini e dolore.
Straziante.

Ci siamo fermati su ogni spiaggia: Utah, Omaha, Pointe du Hoc, Juno. A Sword non ci siamo arrivati, non ce l’ho fatta. Gola chiusa, occhi gonfi, leggevo e rivivevo ogni azione, vedevo navi, barche, cannoni, convogli, corpi.  Non riesco e temo mai riuscirò a raccontare l’intensità delle emozioni che ho provato, ti mostro Utah e Omaha e ti do questi numeri:
-156.000 soldati per l’invasione dal mare;
-24.000 paracadutisti:
-2.000 carri armati;
-12.000 veicoli;
-56.000 marinai;
-6.480  navi divise in 59 convogli;
-5.500 aerei da combattimento con 10.750 sortite;
-1.500 aerei da trasporto;
-301.000 veicoli americani;
-1.800 locomotive e 20.000 carrozze e carri merci;
-2,6 milioni di armi leggere;
e
-10.500 morti, feriti e prigionieri, dispersi tra gli alleati nel giorno dello sbarco; -10.000 tra i tedeschi.
Il resto del racconto del viaggio verrà, per oggi, per me, basta così.
Ti abbraccio,

Lara

It’s Spring and it’s in English!
Primo post bilingue: innanzitutto la versione italiana, Cristina e Fred non me lo perdonerebbero. A seguire, l’inglese.
First bilingual post: the Italian version first, as Cristina and Fred would not forgive me. English will follow.

VERSIONE ITALIANA
E’ arrivata, é la mia stagione preferita!
Oggi ero fuori in t-shirt, finestre di casa spalancate: non vedevo l’ora!
In primavera rinasco, mi libero di vestiti, calze, sciarpe e di chili e finalmente respiro.
Come il nonno Piero segnava la crescita dei nipoti sulla cornice della porta della camera, io segno nella mia mente il rifiorire della natura.
La magnolia vicino a casa oggi era così.

Le ci è voluto un po’: le gemme quattro settimane fa non si notavano, poi ecco delle puntine verdi uscire dai rami marroni, poi le noci (di certo in botanica avranno un altro nome, e che i botanici portino pazienza, io sono quella dal pollice nero) e BOOM,  la meraviglia. Ed è rosa!
C’e colore più inspirante, calmante, coinvolgente, armonico, amorevole, delizioso ed elegante del rosa?
Modugno direbbe “il blu”, e non ha tutti i torti. Tra le versioni di nascita del testo “Volare”, quella che preferisco è che “nel blu dipinto di blu” gli sia venuto guardando il mare bluissimo dal ballatoio della Cattedrale di Trani, chiesa madre che si affaccia maestosa nel suo bianco candido di tufo calcareo sull’immenso mare di Puglia. Tu che pensi?


Io la vidi qualche anno fa, era estate e soffiava un gran vento: rimasi senza fiato.  Erano quarantasei gradi ma non li sentivo: rapita. Rapita come mi rapì tutta la Puglia con il suo verde intenso, le piazze gremite la sera tardi, i contadini bruciati dal sole, le chiacchiere tra vicini dal balcone di casa, i cestini calati dai piani dei palazzi con le funicelle, il venditore di scope, quello di uova,  i taralli bolliti, i pomodorissimi, i carciofi crudi, le Belle di Cerignola, i panzerotti fritti e gli sfilacci di burrata…questo, cara mia/caro mio, al palato,  è il Paradiso.
Torno al mio rosa: in lui ci vedo sempre tratti de La Vie en Rose.
Come diceva Audrey Hepburn in Sabrina  “è la maniera francese per dire: sto guardando il mondo con degli occhiali colorati di rosa, ed è esattamente quello che provo io adesso. Ho imparato tante cose qui, e non soltanto come si fa il canard à l’orange o la crème à la Vichy, ma una ricetta molto più importante: ho imparato a vivere. Ho imparato ad essere qualcosa di questo mondo che ci circonda, senza stare lì in disparte a guardare. Stai pur certo che ormai non la fuggirò più la vita… e neanche l’amore”.
Ecco, parafrasando Sabrina, il mio rosa è vita, è amore.
Oggi, quindi, cambio di stagione negli armadi: li ho svuotati talmente tanto che per la fiera della prossima settimana urge un giro da Zara.
Adoro eliminare cose, vestiti, scarpe, borse, tutto ciò che non uso da un po’, vola dalla finestra. E’ un eufemismo, sia ben chiaro: in realtà ho preparato borse selezionate per le mie amiche, mi piace il pensiero che le cose che non uso più possano regalare il sorriso ad altri.
Poi, vivere in una casa allegerita, svuotata, è un gran bel vivere. Se poi si aggiungono le tende che san di pulito e le lenzuola asciugate al vento, questo è un altro anello del Paradiso.
Esattamente come lo era la mia Vicenza ieri sera al tramonto, vista dalla terrazza di Monte Berico.

Sono tornata a correre, dopo l’inverno, la sciatica e la tallonite. E’ pura felicità.
Ieri alla curva con le Scalette, l’IPod offriva Nina Simone con Ain’t Got No/I Got Life e la sensazione è stata come quella de La Vie en Rose: Nina non ha niente ma ha  la testa, le orecchie, il cervello, gli occhi, il naso, la bocca, le braccia, le mani, le dita, i seni, il sangue, ha la vita, la libertà.
Ecco, io oggi mi sento proprio così e lo auguro anche a te.
Ti mando un bacio, un bacio in fronte, chè i baci in fronte non si danno a chiunque.

Con amore,
Lara

 

ENGLISH VERSION
Finally it has come, my favorite season has finally come!
Today I was wearing a t-shirt, windows opened: I couldn’t wait any longer.
In spring I take off my clothes, socks, scarves and kilos and I do breath.
As my grampa Piero used to mark the growth of his grand children on the frame of the bedroom door, I mark in my mind the revival of nature.
The magnolia near home looked like this today.

It took a while: no sprouts since four weeks ago, then some green coming out of the brown branches, then the walnuts (in botany they have another name for sure, botanists, please,  be patient with me, I have black thumbs) and BOOM and WOW! And it’s pink!
Is there a color more inspiring, loving, elegant than pink?
Modugno would say “blue”, and he is not wrong. Among the versions of the birth of the text Volare, the one I prefer is that “il blu dipinto di blu”  came to him looking at the blue sea from the balcony of the Cathedral of Trani, a mother church that looks out majestically in its pure white calcareous tuff towards the immense sea of ​​Puglia.
What do you think?


I visited it a few years ago, it was summer and a strong wind was blowing: I was out of breath. It was 46°C/ 115° F but I couldn’t feel it: enchanted. Enchanted by the whole Puglia,  its deep green, crowded squares late at night, sun-burned peasants, chattering neighbors from the balcony of the house, baskets lowered from the floors of buildings with cords, the broom vendor, the eggs vendor, the boiled taralli, the very red tomatoes, the raw artichokes, the Belle of Cerignola, the fried panzerotti and the burrata … this, my dear is Paradise for the mouth.
I go back to my pink: I can feel La Vie en Rose in it. As Audrey Hepburn said in Sabrina “It’s the French way to say: I’m looking at the world with rose-colored glasses, and that’s exactly what I feel now. I’ve learned so many things here, and not just how to do the canard à l “orange or la crème à la Vichy, but a much more important recipe: I learned to live. I learned to be something of this world that surrounds us, without standing there on the sidelines. You can be sure that I will not run away from life any more … and not even from love “. Then, just to quote Sabrina, my pink is life, is love.
Today, I arranged my wardrobe for the new season: I emptied it so much that for next week’s fair some shopping at Zara is needed. I love getting rid of things, clothes, shoes, bags, everything I haven’t used for a while, I throw it out of the window. It is a euphemism: in reality I have prepared selected bags for my friends, I love thinking that things that I no longer use can make other people smile.
And living in a lighter house is a great form of living. If you add the curtains smelling clean and the sheets dried in the wind, this is Paradise again.
Exactly like my Vicenza last night at sunset, seen from the terrace of Monte Berico.

I started running again, after the winter, sciatic nerve and heel inflammation. It is pure happiness.
Yesterday at the curve with the Scalette, the IPod offered Nina Simone and her  Ain’t Got No/I Got Life and the feeling was similar to La Vie en Rose: Nina has nothing but her head, her ears, her brain , eyes, nose, mouth, arms, hands, fingers, breasts, blood, has life, freedom.
Well, today I feel just like them, like Sabrina and Nina and I wish you can feel the same soon.
I send you a kiss, a forehead kiss: forehead kisses are not given to anyone.

Love,
Lara

 

Ciao!
Ho latitato ultimamente, ne ho combinata una delle mie, una grossa: ho cambiato pc senza salvare né trasferire gli accessi, come per la rubrica del telefono cancellata con un colpo di magia qualche mese fa.
Sono bastati due minuti due di livello DEFCON 1 poi sono arrivati i caccia ovvero la sorprendente consapevolezza che non ero sotto imminente attacco e sono tornata a DEFCON 5.

Oggi ti racconto di sorelle e di altro.
Io un solo fratello biologico, il veterinario omeopata, quello che con Nina mi ha regalato la gioia di essere zia di Pietro e Lupo.
Ho amiche, le mie amiche sono le sorelle che mi sono scelta.
Ci sono le Betoneghe, le mamme della scuola materna, quelle con cui abbiamo condiviso gite, picnic e infiniti pomeriggi al parco giochi.
Il parco giochi è scuola di vita per le mamme: consapevolizzi la tua imperfezione. La perfezione del parco giochi corrisponde all’arrivare in tacchi e tailleur e sorvegliare tuo figlio composto ed educato che rimane pulito anche dopo una giornata intensa di pioggia, che condivide cibo e giostre, non fa un capriccio, obbedisce al primo sguardo, ché i richiami verbali non si conoscono, in borsa hanno merende di frutta, tagliata fresca, salviette alla lavanda, lavorano anche al parco, guidano macchine appena uscite dal concessionario.
Noi Betoneghe non eravamo esattamente così. Avevano piantagioni di mais e grano sotto i seggiolini delle auto, arrivavamo al parco non propriamente fresche dopo il lavoro, non in tacchi e con merende confezionate in borsa, avevamo figli imperfetti, sporchi, urlanti, disobbedienti. Era una vera e propria guarnigione la nostra, la chiamavano il CSMI: il consiglio superiore delle mamme imperfette. Da queste caratteristiche comuni nacque la nostra amicizia che dura da quindici anni e che bastano un paio di cene all’anno o un messaggio sul gruppo per tenerla in vita, se è un pettegolezzo, è preferibile.
Eccoci in plenaria davanti ad un club sandwich infinito, imperfette più che mai!

Poi ci sono le Wonder, un gruppo variegato, nato durante un percorso di crescita personale: ci sono le giovani, le single, le sposate, le divorziate, le pensionate, le prof, le manager, con figli, con il cane, con il gatto, senza figli, senza cane, senza gatto. Un bel gruppo pieno di energia. La cosa più bella che facciamo assieme è celebrare noi stesse. Non brindiamo, non ci scambiamo regali ma un messaggio che cade un giorno preciso di ogni mese: ti prende due minuti, rifletti e scrivi come sono andate le ultime quattro settimane e, ti assicuro, anche dopo un mese da schifo, ti rendi conto di quante cose tu possa essere orgogliosa di aver portato a termine. E’ un Action Calendar of Happiness ma del pregresso.
Queste sono foto del nostro 2018 scattate a mangiare, ad imparare, ad insegnare, a correre, a camminare, a fare la maglia, a recitare.
Siamo la nostra Fortuna, una bella grande!

Poi ci sono Marina, Cristina, Licia, Maguy, Roberta, Patrizia e poi Chiara e Marcella.
Chiara, Marcella ed io condividiamo un trascorso di vita simile e, come ti dicevo qualche post fa, Chiara è la mia aria, Marcella la mia terra.
Chiara è leggerezza, la mia Thelma e io la sua Louise. Se sono giù di morale, Chiara è la mia medicina. Nel 2012, era settembre, decidemmo di scalare una montagna in alta Pusteria, camminammo per circa dieci ore tra ferrate e sentieri. Avevamo deciso buttare sassi in acqua. Così, anziché per Ponte degli Angeli, decidemmo per una vetta alta tremila metri da cui partiva un ruscello. Buttammo sassi per le prossime venti vite, mangiammo schifezze per tre giorni, prendemmo una multa per eccesso di velocità, ci comprammo profumi e scarpe e tornammo a casa rinate.
Ci sosteniamo, quando ci troviamo è come se non ci fossimo viste per anni. Riusciamo a percepire a distanza il malessere dell’altra: c’è telepatia. Chiara possiede l’arte della sdrammatizzazione, riesce a distrarmi: mi può portare in giro per ore senza che io me ne renda conto. Qualche settimana fa, un sabato post cappuccio e brioche, ci siamo regalate un paio di orecchini in pavé bianco ciascuna. Qualche euro e ci sembrava di indossare la tiara di Kate.
Eccoci qui, senza vergogna, senza pudore: due sceme sorridenti dopo una giornata a Gardaland che non scorderemo mai.

Marcella è terra, è la voce del rigore: Lara, devi dire così, devi capire che, devi guardare, devi imparare, insomma DEVO!
Compensa l’aria di cui ti raccontavo prima e la cosa straordinaria è che lo fa in pugliese: il dialetto barese regala colore e incomprensione 😀
Marcella è la precisione: il film inizia alle 18:00, sono sotto casa tua alle 17:35, abbiamo venti minuti di cammino e cinque per il biglietto. Ecco.
L’estate scorsa abbiamo portato la famiglia in Olanda: essere considerate coppia con quattro figli ci ha dato un benessere mai provato, considerazione e invidia per un paese socialmente ben più avanti rispetto al nostro.
Eccoci a camminare lungo mare a Den Helder, a goderci Il Mare del Nord e la sua luce dopo una litigata con i figli che dei nostri luoghi di meditazione profonda gliene frega meno di niente.

Alla prossima, ora che ho ritrovato gli accessi, mi farò viva più spesso.
Buon 2019! E’ iniziato il nuovo anno, è ora di obiettivi.
Io fra qualche minuto inizio a pianificarlo e a sognarlo e a gustarmi il risultato finale, che arriva sai, se tu lo pianifichi arriva, te lo prometto!

Un bacio grande,
Lara

E’ la settimana del BLACK FRIDAY. Impossibile non rendersene conto: non dovresti possedere un indirizzo email, un account alla qualunque cosa, occhi per vedere, orecchie per sentire, nemmeno un telefono dovresti possedere.
Ora, da dove viene tutta questa smania di acquisto scontato?
Lo sai, è una tradizione tipica degli Stati Uniti: alcuni sostengono che l’espressione sia stata coniata a Philadelphia in una giornata di traffico particolarmente congestionato avvenuto proprio quel giorno; altri sostengono, e questa tesi è quella che preferisco, che faccia riferimento alle annotazioni sui libri contabili dei commercianti, dal momento che in questo periodo dell’anno passavano tradizionalmente dal colore rosso, che simboleggia le perdite, al nero che invece indicava i guadagni. E’ l’anticamera del periodo natalizio, quello più fruttuoso per i commercianti.
Il Black Friday segue i giovedì del Ringraziamento e anticipa il Cyber Monday, giornata interamente dedicata agli sconti sui prodotti di elettronica…praticamente 4 giorni di shopping sfrenato: il paradiso!
Comunque,  oggi ti scrivo non tanto per raccontarti come potrebbe essere la mia cabina armadio,  il paradiso, dopo un ricco Black Friday e i giorni a seguire,  quanto più per ottemperare in qualche modo, a mio modo, alla tradizione americana del Thanksgiving.
A cosa, chi e perchè sono grata.
Non farò liste di amici, parenti, figli ecc…quelli più o meno manifestamente li celebro ogni giorno.
Oggi celebro me stessa. Mi ringrazio.
Venerdì scorso un amico mi ha regalato una visita audiometrica dopo avermi dato simpaticamente della sorda e, il medico che mi ha visitata, parlando di questa mia età in cui tutto comincia a perdere tono, mi ha portata a riflettere invece a a quanta meravigliosa dose di tono abbiano i miei cinquant’anni!
E’ il periodo più bello della mia vita!
E’ il periodo della consapevolezza, delle cose che voglio che succedano e delle cose che voglio che mi scivolino di dosso.
E’ il periodo in cui ho esaurito la pazienza per ciò che mi dispiace e o mi ferisce, per il cinismo, le critiche e le bugie, le manipolazioni, la presunzione e l’ipocrisia, l’arroganza, l’ignoranza,  il narcisismo patologico, i pettegolezzi, i conflitti  e i tradimenti.
Voglio invece canalizzare la mia energia in quello che mi rende più felice,  che mi soddisfa e mi fa sorridere e non sono poche. Voglio frequentare persone sorridenti, leali, leggere, semplici. Voglio aiutare e voglio realizzare.
Sono in ritardo? No, la mia vita è adesso e che io ci sia arrivata nel 2018 non cambia, quel che importa davvero è che io ci sia arrivata.
A gennaio mi ero posta tre magnifici obiettivi, ne ho raggiunti ben di più. Non sono piovuti dal cielo, ci ho lavorato sodo, mi hanno fatta faticare, piangere e voglia di mollare. Il cambiamento non è una passeggiata, è una rivoluzione, è tempesta. Da lì sono uscita barcollando ma sono uscita ed è questo il bello. Ho iniziato o a percorrere un nuovo cammino con un primo passo, a testa alta, fiera del mio ritmo e del mio passato, mi sono perdonata e ora guardo solo avanti.
Sai quante volte sono caduta? Almeno un milione. Quante mi sono rialzata? Un milione e una.
E’ lì che ho imparato a volermi bene.

Buoni acquisti e buon Ringraziamento.
Con affetto,

Lara


Ciao, sono tornata!
E’ da un po’ che non mi senti.
Ho avuto un bel daffare in questi ultimi mesi: ho lasciato andare, ho costruito, ho distrutto e ricostruito, ho corso, non ho dormito, ho viaggiato, ho cambiato lavoro e, assieme ad altri papà, ho invitato a Vicenza un preparatore NBA e WNBA ed è di questo è quello di cui ti racconto oggi.
Ricordi che ho i figli che giocano a basket? Ricordi dei loro amici che giocano a basket?  Ricordi che ho un canestro in sala???
Bene, oggi parto da lì e dallo scorso gennaio da quando la squadra non ha più allenatori italiani ma American coaches.
C’è stato Jeff e ora Greg e Mike e Jamal.
Questo tsunami di energie ci ha suggerito di invitare Chris Hyppa a Vicenza. Chris è un preparatore da Tacoma, a sud di Seattle. Viene dallo stato più piovoso degli USA, questa è la sola cosa che sapevo dello stato di Washington, conoscenza acquisita in uno dei miei pilastri di filosofia di vita al pari di Harry ti presento Sally,  Insonnia d’amore in inglese Sleepless in Seattle. E’ uno dei miei filmetti melensi anni novanta con i miei preferiti dell’epoca Meg Ryan e Tom Hanks.
Sam, vedovo, abita col figlioletto a Seattle sul Pacifico dove si è trasferito dopo la morte della moglie; Annie a Baltimora sull’Atlantico. Sono fatti l’uno per l’altra, ma occorre il figlioletto per dare una mano al destino. Così succede alla fine: come Cary Grant e Deborah Kerr in Un amore splendido (1957), Sam e Annie s’incontrano e si riconoscono sulla terrazza dell’Empire State Building a New York. Quando secondo te? Il giorno di San Valentino! Poteva essere diverso ad Hollywood? No.
Ecco, nel film piove sempre, esattamente come qui la scorsa settimana in cui abbiamo rischiato una nuova alluvione…poco male per Chris quindi, ci è abituato!

Coach Greg due mesi fa lancia l’idea e con quattro papà decidiamo di avventurarci. E così ci siamo improvvisati grafici, agenti di viaggio, redattori, foto reporter, giornalisti, ticketone, saldatori, pulitori, addetti al marketing, trasportatori, tecnici della qualunque cosa.
Non è stata un’avventura semplice, direi impegnativina.
Giovedì mattina, dopo la partenza di Chris volevo rassegnare le dimissioni anche da madre, credo che questo ti suggerisca l’energia sconvolgente scatenata dallo tsunami.
Tre sono stati i corsi di alta specializzazione organizzati: per piccolini U14, medi U18 e grandi dai 19 ai 99 anni.
Chris è la passione per il gioco del basket, ha la preziosa missione di ispirare e influenzare la vita dei ragazzi attraverso il gioco. I suoi allenamenti sono unici e coinvolgenti: si aspetta dai suoi giocatori la stessa intensità del messaggio che trasmette, che reagiscano e giochino di istinto. E’ un gioco fisico e mentale imparato dai leggendari coach americani, dall’esperienza decennale di allenatore e giocatore della sua città, scuola e università. Chris ti guida attraverso esercizi e ripetizioni singole; tutti i giocatori sono piccoli pezzi di un grande quadro che è la squadra, afferma convinto. Per questo motivo ritiene importante insegnare a massimizzare il tempo e l’energia, a pianificare gli allenamenti, ottimizzare le competenze di ognuno perché ogni giocatore è un pezzo chiave del grande progetto che porta a divertirsi e vincere in campo…ho fatto copia e incolla da un comunicato che ho scritto per i vari organi stampa per pubblicizzare l’evento. Sono parole mie e sono comunque tutte vere.
Ancora, Chris usa la PNL per motivare i ragazzi: suggerisce vision board, focus sui sogni, programmare il proprio futuro. Dedica dieci minuti di inizio e fine di ciascuna sessione per guardare i giocatori in faccia e far brillare i loro occhi. E’ successo per tutti la settimana scorsa, indipendentemente dall’età e questo mi ha ripagata di ogni fatica.
Questi sono i piccoli, incantati, ammaliati, rapiti. Era un gusto vederli, correvano, sfrecciavano, rincorrevano palle, compagni. Sono andata a visitarli il giorno seguente, all’allenamento, e le risposte sono state: bellissimo, fantastico, meraviglioso, ho male ovunque, sono distrutto ma figo, Lara, strafigo!

Poi sono venuti gli altri turni.
Paola, altra bb mom, ed io abbiamo invitato il coach a casa per pranzo e per i ragazzi, mangiare con colui che allena Nate Robinson e schiacciare nel canestro della sala, è stato come giocare con Kobe contro Le Bron allo Staple Center.

E’ stata un’esperienza incredibile per loro quanto per me.
I ragazzi hanno imparato a palleggiare con le punte delle dita delle mani, palleggiare sotto le gambe, dietro le gambe, in mezzo alle gambe, difendere, attaccare, cadere e rialzarsi, rialzarsi sempre e tanto altro ancora.
Quanto a me ho imparato a lavorare gomito a gomito con una cultura diversa, come ai nostalgici tempi di volontaria di AFS,  ho imparato termini tecnici di cui non so ancora il senso, ho conosciuto papà che mi hanno sostenuta in ogni istante, ho scoperto che la pizza si può mangiare anche in macchina, che il giusto posto per non schiacciare le banane sono le scarpe da palestra, che anche un coach alto 1.90 cm può stare dentro la Clio.
Mi ha supportata la professionalità di Greg,  l’ironia di Gianni, la disponibilità di Francesco, l’abilità di Gigi, la diplomazia di Nicola e ho scoperto che ho buoni compagni di iperattività.
Scoperte nuove, persone nuove, felicità per i ragazzi che ha reso felice me: ecco perchè, a prescindere, ne è valsa la pena!
Buon sabato!

Lara

Fall aka autunno.
Ringrazio l’americano per avermi regalato questa parola. La sento proprio mia. La sua onomatopea descrive il solo significato che gli do: caduta!

Le foglie cadono, ingombrano le strade, le rendono sdrucciolevoli, con la pioggia diventano maleodoranti, il sole è torbido, tornare alle scarpe dopo tre mesi di sandali è una sofferenza, vestirsi anche, chiudere le finestre toglie il respiro.
A chi piace questa stagione?
Apparentemente oltre a qualcuno anche alle cimici e alle zanzare, quest’anno resilienti più che mai!
Tornando a noi due, penso che tu lo abbia capito: detesto l’autunno, la sua D E C A D E N Z A!
Di fatto l’etimologia della parola autunno è tutt’altro che decadente è da ricollegarsi al verbo latino augere = aumentare, arricchire. Andando ancora più alle origini, si rintraccia la radice sanscrita av- o au– che esprime l’idea del saziarsi, del godere. Ecco che, contrariamente a quanto io possa immaginare, la parola autunno non significa la stagione che prepara al tramonto, al declino dell’inverno, bensì, al contrario, la stagione ricca di frutti che la natura ed il lavoro dell’uomo hanno preparato.
Ora, pur nutrendo profonda stima per i contadini e il loro durissimo lavoro e nel pieno rispetto della natura a me l’autunno sta lì.
Ho tre amici che abitano the Great Lakes of North America che, indefessi, tentano di convincermi del contrario.
Scott mi sciorina ogni santissima settimana canzoni di John Denver correlate da foto di magnifici alberi colorati. Io ribatto che fra qualche settimana diverranno scheletri ma lui non demorde.
Randy si adopera con sottoboschi infiniti e viste aeree di parchi che del cemento e dell’asfalto non conoscono nemmeno l’esistenza, a me che, se mi metti a vivere in montagna per più di tre giorni, schianto, ma lui non lo sa ancora.
Jason invece ci dà dentro con i tramonti e le albe sulle sponde del lago Michigan e mi propone raggi di sole, onde e fari tra Grand Haven e Muskegon e io che per i tramonti e i fari ho il cuore di burro, di quella terra me ne sto innamorando. Fino a qualche tempo fa del lago Michigan conoscevo solo la localizzazione ora so anche le università che lo abitano, i gradi in inverno dentro e fuori casa, i piatti tipici massimamente anti veg, le gallerie d’arte, le parrucchiere, i pompieri, i negozi, le squadre di basket, football e la loro mascotte. Mi sono iscritta alla mailing newsletter di Pure Michigan e potrei dirti anche le case in vendita nella zona e il nome del sindaco e dello sceriffo delle varie città. Pensa, sono la prima italiana iscritta alla newsletter; me lo hanno detto dopo la terza mail un pelino insistente nella quale chiedevo il permesso poiché il sistema prevedeva tra gli stati di provenienza dei nuovi iscritti solo quelli statunitensi. Ecco, c’est moi, la solita pigna in c….aka a pain in the a…

La prossima estate con i ragazzi abbiamo in programma gli States: la guerra è già aperta. Matteo vuole fare skate a Venice, Tommy vuole andare a Oakland e pregare davanti all’Oracle Arena dei Golden State Warriors nella speranza che Stephen Curry torni negli spogliatoi dopo aver dimenticato il deodorante, Manolo vuole spapparanzarsi sulla spiaggia di Santa Monica e Dalila girare per Beverly Hills…California insomma!
Caro il mio Lake Michigan, ti ho messo nella wish list 2020. Verrò da te da sola, possibilmente non in autunno e la ragione ben la conosci, non in inverno perché la tuta spaziale termica non mi basterebbe, forse in primavera o in estate a camminare sulla spiaggia di Grand Haven Beach, mangiare schifezze al Mid Coast Club, prendere il pane al Village Baker, ammirare e toccare i Petoskey stones dopo Traverse City, correre sulla passerella del faro di Frankfort, Tisconia Beach e Crisp Point Light e, da ultimo, farmi un selfie mentre cavalco il Bulldog del campus di Big Rapids.
A presto, Lake Michigan

Lara, from Italy with love

Oggi ti racconto di scelte, di una in particolare, della mia scelta terapeutica, quella di curare tutta la mia famiglia, animali inclusi, con una medicina non occidentale, non convenzionale: l’omeopatia.

Giovedì scorso il mio ginocchio sinistro era gonfio e dolente: non avevo corso, non sforzato, non ero caduta, non avevo fatto nulla di meccanico che potesse motivare un ginocchio così. Cosciente di questo, ho chiamato il mio medico, confrontata, tre granuli e la mattina dopo ho fatto le scale da sola.
Questa è la potenza dell’OMEOPATIA.

Iniziai ad usarla da adolescente per curare un’acne cistica di cui porto ancora i segni sul viso, una patologia violenta, dolorosa psicologicamente per un’adolescente alle prese con l’accettazione del mondo e il farsi accettare dai simili. Al tempo la accolsi senza troppo interessarmi. Funzionò e questo mi bastò.
Dopo qualche anno Paolo, un caro amico, adolescente anche lui, ci curò un’epatite; mio fratello e la mia amica Cristina, due veterinari, iniziarono a studiare come curare gli animali. Quella fu davvero la mia inizializzazione all’omeopatia unicista.
La solita tonnellata di domande iniziò a prendere spazio nella mia testa ed iniziai a leggere poi a studiare. Chicco e Cristina mi passavano i loro appunti dopo i sabati e le domeniche a Verona. A cinquanta chilometri da casa sorge da trent’anni la Scuola di Medicina Omeopatica di Verona e io ne fui incantata ed io, come oramai avrai intuito succede, me ne innamorai.
Il mio primo medico omeopata fu Maurizio: si prese cura di me e della mia prima gravidanza. Maurizio mi insegnò l’arte dell’attesa, il tempo in cui il sintomo si fa più chiaro per poter poi scegliere il rimedio migliore.
Io sono un’ansiosetta, la pazienza sì la conosco, ora, un tempo me ne era chiara solo la definizione nel dizionario. Maurizio mi trasmise il senso e l’importanza della semplicità, del rispetto.
Tommy, mio figlio maggiore, nacque in quel momento e, da neonato da manuale, non faceva che ammalarsi. Quando non respirava per la tosse a me si apriva lo scenario ora non gli arriva più ossigeno al cervello, i globuli rossi diverranno neri e i neuroni si necrotizzeranno…oddio!
Un martedì di settembre alle tre e mezza di pomeriggio, era l’undici settembre duemilauno, stavo allattando davanti alla televisione, Tommy era alla sua prima febbre da cavallo e in panico chiamai Maurizio. Questo mi disse i bambini devono ammalarsi, la febbre alta è sintomo di una buona energia, stai serena. Aspettiamo qualche ora e vediamo come evolve. Ed aspettai. Queste parole divennero il mio mantra per tutta l’infanzia dei miei figli, per ogni febbre, ogni tosse, ogni macchia apparsa sul loro corpo, ogni botta in testa e naso sanguinante.
Quel giorno, che segnò la storia mondiale, segnò anche la mia in qualità di madre e paziente omeopatica.
Maurizio se ne andò una sera piovosa di ottobre. Non persi solo il mio omeopata, persi un amico, persi la persona che più conosceva di me.
Il mio rapporto con il mio medico omeopata ha come caratteristiche la profondità e la raffinatezza: conosce i miei gusti, le mie emozioni, le mie reazioni, la mia famiglia, il mio corpo e la mia anima. Non c’è cellula di me, fisica o spirituale, che non conosca.
Ogni visita è conoscenza e consapevolezza. Ogni visita lega me al mio medico armoniosamente.
Dopo Maurizio, incrociai il cammino di Hugo, altro medico adorato di cui ricordo i disegni e le parole soavi con cui calmava il pianto dei bambini; Raffaella che mi permise di frequentare, in qualità di paziente, il corso introduttivo di omeopatia alla scuola di Verona e per questo gliene sarò sempre grata. Lì presi coscienza della potenza di questa medicina, della sua semplicità e della sua bellezza. Circondata da medici e infermieri capii,  nella mia assoluta ignoranza in materia, la fortuna che avevo e che felicemente conservo.
La mia vita da paziente mi fece incontrare Federico che ha pazienza, voce e modi che riescono a farmi tornare alla realtà, sempre. Grazie, Federico, per esserci.

Cosa ho imparato in questi anni da paziente omeopatica?
Che la sua cura è veloce e funziona con tutti, anche con chi non la merita. Non si tratta di credere o meno, si tratta di molecole che agiscono seguendo la legge dei simili: se sono punta da un’ape, il mio rimedio sarà il suo veleno. Anche a me inizialmente pareva assurdo ma funziona e funziona con i miei figli e Cuba il Dalmata e Asia il Weimaraner. Si tratta di rispettare i sintomi, accoglierli, ascoltarli e riportarli al medico.
Le polemiche…ce ne sono infinite, quotidiane e molto taglienti. Le leggo, le rispetto, come rispetto chi fa una scelta terapeutica diversa.

Questo post è dedicato a tutti i medici veterinari omeopati, ai medici omeopati, a mio fratello David, a Cristina, a Maurizio, Hugo, Raffaella, Federico, a tutti i medici della Scuola di Medicina Omeopatica di Verona e a quelli di SIOV Scuola Italiana di Omeopatia Veterinaria che con le loro pubblicazioni, pazienza, coraggio, studio e conoscenza non demordono mai per fare conoscere al mondo questa meravigliosa opportunità.

Lara, felice, fortunata e fiera di curarmi con l’omeopatia.

Ciao!
Ti sono mancata?
Il mio amico del tango direbbe varda… equivalente ad un proprio per niente e invece gli manco, se non altro perché, quando sto bene come in questo periodo, so di farlo felice e questo basta a entrambi.
Comunque, ero in ferie, ferie dal pc, dalla connessione globale, ferie dalla qualunque. Domani torno al lavoro, me le sono proprio godute queste ferie: lentezza, procastinazione, sonno, relax, libri, musica, amici, corsette, passeggiate, fratello, nipotini, cugini, figli di cugini, figli, amici dei figli, sorelle.
Ho perfino ripreso a cucinare, spero che tu ti renda conto dello sforzo titanico a cui mi sono sottoposta! Ho cucinato in agosto più di quanto io abbia fatto da gennaio.
Un tempo, a dire il vero, ero sempre ai fornelli. Ora, solo ora, mi rendo conto di quanto cucinare fosse solo il surrogato della mia felicità. Da qualche anno, dopo qualche radicale cambiamento nella mia vita, cucinare è divenuto un peso, un dovere con la D maiuscola. Diventa una vera e propria agonia quando il maggiore di casa chiede, al risveglio, ogni santissima mattina, puntuale come Equitalia mamma, cosa prepari oggi a pranzo e io, puntuale come Equitalia, replico Tommy, non ne ho idea, non voglio pensarci, se ci penso mi vien la nausea, il frigo è pieno, e se facessi tu qualcosa?
E fu così che ho imparato a fare la spesa veloce, la spesa pratica, la spesa di sopravvivenza, la spesa in cui vale la preziosa arte del sapersi arrangiare. Ho scoperto i sughi pronti, le verdurine congelate, le razioni di ragù preparate, la frutta secca, i noodles, la soba…tre minuti in pentola, aggiungi una verdura e una proteina ed è tutto pronto: 40/30/30 come nella dieta a Zona, roba che se mi sente Alvise…
Mica facile all’inizio. Soffrivo di nutriti sensi di colpa da madre irresponsabile. Poi, vista l’età non più tenera dei pargoli, ho iniziato a fregarmene. Ora, se non ho voglia di cucinare, il mondo di casa si arrangia!
Comunque, nessuno pare denutrito qui, e tutti quelli che entrano, mangiano!
La credenza è ben fornita e assortita: ci sono le Gocciole per Cinni, le noci sgusciate per Riccardo, la cioccolata fondente per Nicola, le caramelle all’anice per l’altro Nicola, le gelatine per Camilla, i gelati per Giulia piccola, i topini di caramello per Giulia grande, le uova per Michele, i wurstel e patate per Alessandro. Tutto rigorosamente personalizzato!
Come ti dicevo la volta scorsa, io ho due figli maschi, alle volte tre, quattro o cinque dipende dalle verifiche, dalle partite di campionato e dal calendario di NBA e io li amo tutti, a prescindere!
Mercoledì ne ho portati quattro al mare. Se avessi avuto un pulmino, la squadra sarebbe stata tutta in trasferta. Nei rettilinei, in Romea, i ragazzi mi hanno insegnato a sgasare, ci ho messo un po’ a capire come far funzionare la cosa. Il fatto che io avvertissi l’apertura del turbo è stata un’illuminante soddisfazione. Ora, te lo confesso, per me il motore è quella cosa al di sotto del cofano, so che esiste e che mi fa andare avanti, non so altro. No no, aspetta, so come riempire il serbatoio del liquido lavavetri che fatalmente è identico a quello del liquido giallo che mi pare serva a raffreddare qualcosa. Sono quella che se sente un rumore nuovo proveniente da davanti, chiamo il mio amico del tango e lui mi dice cosa fare. Va così e va che ho due assicurazioni salvalarapermotoreinpanneepneumaticibucati che mi permettono di non andare in panico in caso succedesse qualcosa.
Al mare, dopo sedici chilometri di passeggiata e chiacchiere e due ore di nuotate in piscina, abbiamo deciso di muoverci. La vita da ombrellone non è la mia, non riesco nemmeno a leggere in spiaggia, è come se dentro di me scattasse la modalità goditi le onde, il vento, la sabbia, corri, cammina, balla perché se stai ferma ti perdi qualcosa, qualcosa di meraviglioso che può succedere anche a Rosolina.
E così è stato: camminata serale per il porto di Chioggia con bodyguards. Non che Chioggia sia pericolosa, sia ben inteso, loro si godevano un mondo a simulare protezione nei miei confronti, è stato proprio un bel momento! Poi, Padova: pollo fritto e altra camminata per la città.

Son poco belli? Stare con loro è come rivivere gli anni da insegnante, imparo sempre un sacco di cose: Play, basket, idoli di NBA, motori, Fort Nite, divise, cibo, mai che si scivoli sul mondo femminile, mai in mia presenza se non altro! Alcune fonti mi confermano sporadiche presenze femminili: Alessandro, la spia che mi ama tanto, mi avvisa sempre con un messaggio a cuoricini che qualcosa sta per accadere e io ci spero, ci spero fortemente!
Non vedo l’ora di vederne qualcuno innamorato, smarmellato come direbbe Chiara. Sarà il momento in cui le docce aumenteranno, i deodoranti si consumeranno, i profumi si seccheranno presto, abbineranno colori, si accorgeranno per tempo di essere usciti in maglia del pigiama e cederanno alle creme, al gel per capelli e limiteranno finalmente tutto ciò che rende il mondo adolescente maschile così poco gradevole all’olfatto.
In una sera, in quattro, riescono a mangiare un chilo di pasta e uno di chili e hanno il coraggio verso la mezzanotte di strafogarsi in biscotti e gelati. E’ chiara invidia la mia, ho il metabolismo di Sid io, loro quello di Beep Beep. Mi piace averli in casa, ascoltarli quando si addentrano in discussioni importanti, spettegolano e mi prendono in giro: passo sempre per la tonta di turno ma io sto bene così.

Per compensare alle dodici ore di mare e macchina con i baskettari,  ho portato Giulia grande e Giulia piccola a Venezia: un intero pomeriggio e sera a negozi, vestiti, caramelle. Un incanto in un incanto. Giulia e Giulia sono due ballerine di danza classica, delicate, profumate, pettinate, vestite di rosa, portamento regale, femmine. Abituata a quanto descritto sopra, per me equivalgono al Paradiso!
Siamo passate da Victoria Secret, alla ricerca di orecchini rossi, ai trucchi, alle gallerie d’arte, al Guggenheim e al Fondaco dei Tedeschi e lì ho avverato un sogno: vedere Venezia dall’alto.
Siamo bellissime, profumavamo anche con i quaranta gradi delle cinque del pomeriggio!

Adoro vedere le città da punti diversi che non sia solo la terra ferma, cambia tutto: luce, rumori, odori. Dall’alto, come anche dall’acqua, trovo che tutto rallenti. Basta un vaporetto o un ascensore e le emozioni cambiano, l’anima è scossa in modo diverso.  Guarda tu stessa/stesso Piazza San Marco la sera, dalla terra e dalla laguna.
Cosa ne pensi? Sono certa che anche la tua anima sia scossa diversamente.

Nel 1995 ho vissuto a Liegi per un anno, facevo l’assistente di lingua italiana. Per tornare a casa prendevo l’ultimo volo Sabena del venerdì sera da Bruxelles. A volte capitava che fossi da sola ad occupare il Fokker 28 così, una sera di giugno, fui invitata dal capitano a sedere il cabina per l’atterraggio: la cartolina è ancora fotografata nella mia mente, un misto tra bellezza e meraviglia, di morbidezza e calore che auguro a tutti. La mia Venezia, al tramonto, da altissimo: da brivido.
Vado a correre ora, ho bisogno di una dose di endorfine. Stamattina guardando il cielo sono stata travolta da un’emozione autunnale, per niente piacevole, che mi sta chiudendo la gola. Non mi piace l’autunno, è decadente e mi riporta a ricordi piuttosto mesti.
Buona serata e buon rientro al lavoro o buon riposo se invece il riposo lo inizi ora.
Lara

Sono in ferie.

Stamattina eravamo in tre sul terrazzo a stendere i panni alle sette, ci siamo scrutati, scambiati qualche sguardo del tipo ah in ferie anche tu, anche tu in relax,  anche tu appena svegliato, anche tu in mutande!
Dal terzo al quarto piano, Stefania ed io ci scambiamo battute filosofiche sulla confort zone e ne deduciamo che, ferie dovrebbe significare no lavatrici, no stiro, no spesa, no cucina, no figli. Mi cadono le solite mollette, i soliti calzini ma io ho la vicina di casa con i riflessi più veloci del mondo!
Ho allungato la colazione con cinque diversi siti di news, ti ho mai detto che sono una news addicted? Sono iscritta ad una decina di newsletter quotidiane, inizio a ricevere il Post verso le 18 della sera prima per arrivare allo Skimm delle 12:34 e il Quartz delle 16:47 del giorno dopo. Nel mezzo arrivano gli aggiornamenti di Discover Blog, New York Times…dovrei avere giornate da quarantotto ore.  Comunque sia, stamattina mi sono regalata cinque testate di news cinque ed è stato proprio un bell’inizio!
Esco e noto che il temporale di ieri sera ha giovato a ben poco. I soliti ottomila gradi padani non agevolano il respiro ma mi rendo conto che sono davvero in ferie perché ho dimenticato di indossare l’orologio e sono uscita in Birkenstock, ti rendi conto? Significa che ho dimenticato di mettere le scarpe! Azz, ecco da chi ha preso Matteo che va a scuola senza zaino la mattina! Diversamente, vuoi vedere che dopo i cinquanta si torna ad essere adolescenti? Figata!
Interessante la mia estate 2018, diversa dalle solite, dico interessante perché non ancora definita, un’estate ricca di porte che si chiudono e di porte che si aprono. Farne un bilancio ora sarebbe quanto mai prematuro, aspettatelo più avanti.
Per ora mi godo il silenzio delle strade, il profumo del temporale che sta arrivando, gli arcobaleni dopo la tempesta, le cicale che stordiscono, la frutta dolcissima, i ragazzi che sono fuori più spesso, i colori accesi, le corse che non riesco a fare perché fa caldo e la polvere della casa che ho tutta l’intenzione di lasciare al suo posto. Lo scorso anno con i quaranta gradi di Ferragosto decisi di fare le pulizie di primavera, sì hai letto bene primavera, ci diedi dentro e l’aria densa e il condizionatore mi regalarono una bronco-tracheite che mi portai dietro fino ad Halloween.
Ergo, mai più!

Lo scorso fine settimana ero a Pordenone da mio cugino Pier. Avevamo entrambi bisogno di raccontarci. Era da un po’ che non lo facevamo così, in diretta, tra lacrime e risa!
Pier è un fratello maggiore, quello che da giovane mi portava all’operetta, al cinema, in gita, quello con cui ho speso giornate a fare shopping per la sua entrata in società, condiviso mestizie, profonde, riflessioni sui figli, sul matrimonio e sulla famiglia.
Pier ed io adoravamo il nonno e il nonno adorava noi. Quando era tempo di biciclette o di automobili, il nonno Piero così chiamava il Giro d’Italia e la Formula Uno, ci sedevamo sui braccioli della sua poltrona e, con una buona ed abbondante tazza di caffè d’orzo, commentavamo. Sabato il nonno era chiaramente con noi e questa ne è la prova.

Il nonno Piero ne aveva uno di simile in camera, ci batteva il ferro e il rame per forgiare le cogome e i pozzetti, questo lo fece espressamente a misura per la mia Barbie. E’ la sua eredità fisica, il resto non riesco a raccontartelo tutto ora perché sto piangendo… tagliavo i capelli al nonno e gli facevo la barba ogni domenica: era un capellone, ho i suoi geni io, Pier no e fra poco capirai perché.


Pier fa il Dirigente Scolastico, è un preside! Pier è la scuola, l’istituzione declinata con amore intenso e zelo.
Sabato eravamo a Maniago, suo territorio, ospiti del UCI Paracycling Road World Championships Maniago 2018, evento a cui i suoi studenti hanno contribuito con un volontariato bello e puro.

Quello che ho visto è stato talmente emozionante da rendermi muta: forza, costanza, vita, sì ho assistito alla VITA! Vi erano ruote piccole e grandi ovunque e sfrecciavano ad una tale velocità che alle volte solo il rumore mi faceva accorgere della loro presenza. Non riesco ad aggiungere altro, ti lascio questa foto, l’ho stampata e attaccata alla mia vision board 2018 per ricordarmi che ce la posso fare sempre, sempre e sempre.

Pier per me rappresenta la terra, il mio attaccamento ad essa. Da sempre la gente ci crede compagni per la vita, perché forse ci teniamo per mano mentre camminiamo, parliamo tutto il tempo e in maniera piuttosto concitata, ci rubiamo il cibo dai piatti, ceniamo a lume di candela.
Io comunque sono la cugina di Vicenza con ruolo da First Lady in occasioni come quelle di Maniago.
Siamo stati accolti dalla Protezione Civile, dalla Polizia, dal Tenente Colonnello dell’Esercito, dagli studenti e dai colleghi di Pier, dall’assessore, dal vice sindaco e dal sindaco: ho stretto più mani sabato che in tutto il resto della mia vita.
Andrea Carli, il sindaco, mi ha fatto un regalone che manco a Melania: un giro nella casa comunale, il suo ufficio, una sana chiacchierata e il libro meraviglioso che vedi sopra con la tessera VIP,  VERY INVOLVED PERSON! Ho respirato entusiasmo, orgoglio, fierezza e gioia in Andrea, quei sentimenti spontanei, puliti che vorresti sentire e vedere in tutti coloro che, con una crocetta, decidiamo di mandare a Roma.
Grazie, Andrea! Sei l’esempio di cui parlerò ai miei figli, ai miei nipoti e a tutti i miei studenti che ci sono e che verranno…manco una foto abbiamo fatto per chiacchierare!
A coronamento della giornata, eccoci con Annamaria una collega di Pier, altra istituzione del paese, coinvolta in tutte quelle attività che nutrono la vita locale: donna stupendamente forte, con il sorriso che racconta della sua lotta per le pari opportunità, del suo amore per il teatro.
Devi proprio visitarla Maniago, è ricca di storia e di persone belle, esattamente come piace a me. C’è un museo di arte fabbrile che emoziona e una biblioteca che un tempo ospitava una filanda che meritano una visita e anche qualche ora,  seduto tra quei banchi immerso nella lettura, accompagnato dal rumorio del ruscello che scorre accanto. Mi fermo, non spoilero altro!
Annamaria ha soggiunto subito che si vede che siamo parenti. Abbiamo di fatto la stessa faccia rotonda come quella della nonna Gina e le stesse rughe! Solo la biologia tricologica ci separa, per il resto siamo davvero una famiglia.

Buon venerdì, esco a fare la spesa, domenica ho qui i ragazzi della squadra di basket per il compleanno di Tommy. Ho chiesto a Patrizia di aiutarmi con un menù napoletano spiccio e questa mi ha proposto melanzane fritte in pastella e informate poi come pizzette. Un ricettina giusta giusta per me che, ultimamente, anche una pasta al sugo è divenuto un cruccio.
Ti racconterò, saranno parole per i ragazzi. Sì, perchè, io ho due figli maschi, alle volte tre, quattro o cinque a seconda delle verifiche, delle partite di campionato e del calendario di NBA.
Li amo tutti, a prescindere.

Lara, the First Lady

Chist’è ‘o paese d’ ‘o sole,
chist’è ‘o paese d’ ‘o mare,
chist’è ‘o paese addó tutt’ ‘e pparole
só doce o só amare,
só sempe parole d’ammore!

Napoli, questa è.
Città degli opposti, dei controsensi, dei conflitti, delle antitesi.
Arroganza e disponibilità, cattiveria e bontà, ricchezza e povertà: caratteristiche culturali, biologiche, fisiologiche, prive del senso di colpa e del rimorso.
Bellezza, fascino, passione, calore, accoglienza, intelligenza, ricchezza, storia, arte, urla, musica, cibo, colore, mare.
Cosa mi porto a casa? Tutto.

Venerdì scorso Napoli mi ha regalato un’intera giornata nel suo cuore, da sola, senza connessione, senza cartine, io e le mie gambe.
Alle sette della mattina ero a Poggioreale, la quarta municipalità di Napoli: cimitero, carcere, mercato e centro direzionale. Non manca niente.
Il mercato Caramanico è il paradiso delle scarpe.
Il mercato è le donne del sud, brune, occhi scuri, che osano, che indossano tacchi alti, truccate, i vestiti scollati, eleganti, svolazzanti, rovistano tra i panni, trattano prezzi.
Il mercato è gli uomini del sud,  sigaretta in bocca, scarpe di velluto rosso porpora, blu, nere, cinture di sicurezza della Panda ai manichini ché se sbattono si rovinano, addentano pizza e urlano, cantano, integrati perfettamente con indiani e africani: una mescola che solo Napoli può fare accadere.

Ad est, tra Via del Riposo e Via Santa Maria del Pianto, su un poggio,  può sorgere solo il cimitero.
La vista dalla collina è di una meraviglia strabiliante: il Vesuvio.
Il vulcano sta a Napoli come la cioccolata sulle fragole, ne addolcisce ogni punto, ne esalta il gusto, domina, è il faro per i naviganti di mare e di terra, per i defunti la memoria.

Poggioreale è anche il carcere. Ne ho percorso tutto il perimetro. All’entrata della sezione colloqui c’era la coda e, tra i fumi di sigaretta, scorgo un uomo che portava una maglietta bianca con la scritta I’m a serial killer:  la certezza della biologia partenopea.
Tutti conosciamo il significato delle decorazioni delle magliette che indossiamo, vero? Io me lo auguro,  davvero. Ho visto t-shirt a Napoli che voi umani non potete neanche immaginare….(è una delle mie citazioni preferite seconda solo a Houston, abbiamo un problema!). Ho letto frasi motivazionali, spiritose, aforismi letterari conditi da una serie infinita di dita medie su materiale glitterato e specchiato quindi, ti prego, scegli le tue t-shirt consapevolmente, ti prego, perché c’è chi le legge e di te, leggendo, si plasma l’idea.
Al civico 168 di Via Nuova Poggioreale sorge la sezione di reclusione: il bis mi ha parecchio incuriosita. Non si tratta di un secondo civico, l’ho cercato ingenuamente,  allude molto napoletaneamente all’art.168 bis del Codice di Procedura Civile con cui si designa il giudice istruttore di una causa civile…’sti napoletani, possiedono la dote della sdrammatizzazione sempre e ovunque: hanno tutta la mia invidia, sono leggeri consapevolmente, ironici nel dramma. Voglio essere napoletana!

Dietro il carcere il CDM, centro direzionale a grattacieli moderni pensato dal giapponese Kenzo Tange…bello, nuovo, di prestigio, un vero e proprio pugno in un occhio a conferma di una città fatta di contrasti.
Ho rivisto il Maschio Angioino, la Galleria Borbonica, il Castel dell’Ovo, il Gambrinus e fatto foto per Pier e Dani de ‘A Vucchella scritta dal Vate, una decina di chiese barocche e bla bla bla. Fred mi ha raccontato l’origine del nome Mergellina: il tufo degli scogli rendeva le acque gialle tanto da portare i francesi ad esclamare oh la mer jalllin,  ‘sti francesi!
Da Mergellina in poi ho perso la bussola e camminato per chilometri, fatto scale, gradoni, raggiunto Piazza Vanvitelli: il vero punto di distacco tra la Napoli del popolo e quella della borghesia che si estende fino a Posillipo e Marechiaro, non meno colorata, non meno gustosa.
Erano circa 40 gradi, sudata all’inverosimile ma nutrita sotto tutti gli aspetti, vagavo per vie sconosciute e poco frequentate dove i bimbi giocano ancora a palla, dove il suono dei motorini rimbomba da perforare i timpani e dove le donne stendono i panni per strada.
Ho percorso di ritorno tutto il Vomero, Chiaia, Toledo, Piazza Dante, i decumani e Spaccanapoli tra il profumo di carta dei libri usati, de u’cuoppo, di pizza ma se tu mi chiedessi che odore ha Napoli, ti direi quello del profumo dei panni lavati, quell’essenza di fresco che inonda le strade e fa dimenticare i luoghi comuni e ogni contraddizione.

Vai a Napoli, nutriti delle sue bellezze, dei suoi controsensi. Scoprirai che i luoghi comuni non sono leggende, sono solo il contorno: il primo piatto è la meraviglia che incontri inaspettatamente per le strade, sta negli occhi divertiti dei bambini che ti salutano mentre ti centrano con la palla, sta nelle parole degli anziani che, seduti per strada, ti chiedono se ti sei persa e ti indicano la via, nella signora che ripone i fiori nel piccolo capitello e ti chiede se il profumo dell’ammorbidente ti piace perché ti sei fermata ad osservare e ad annusare la vita.

Lara